Come sovvertire l'ordine costituito, trovare l'amore                             e vivere felici


Cap. 0

 

L’editor mi costringe a fare questa precisazione, prima di iniziare. Vuole che voi sappiate che lui me l’aveva detto, di cominciare col capitolo 2: “L’incipit è uno schifo, non puoi attirare il lettore nella storia con un vecchio professore trombone e comunista che si fa la barba.” Ma purtroppo il vecchio professore trombone è, indegnamente, il personaggio principale di questo romanzetto, e deve pur farsi la barba, di tanto in tanto. Perciò, adorati lettori, sopportatelo. Sono poche battute, fatevi coraggio. Poi, nel capitolo 2, c’è una donna nuda.


Cap. 1

 

Il professor Anselmo Lanfredi si faceva la barba, come tutte le mattine. Era sempre per lui un momento di desolazione, perché era costretto a guardarsi negli occhi: occhi rotondi, acquosi, reticenti e tristi, tuttavia. Era costretto a vedere nello specchio una faccia innocua e silente che stentava a credere fosse la sua, che non gli era mai piaciuta e che adesso, a sessant’anni passati e con le rughe, era un inno quotidiano alla sconfitta. Era costretto a cominciare una nuova giornata in un mondo assurdo, pieno di gente che soffriva perché non sapeva difendersi o perché le era capitato di vivere nel posto sbagliato, nel momento sbagliato; pieno di pecore sciocche e rancorose che comandavano e usurpavano lo spazio di tutti solo perché avevano poco cervello e sufficiente ferocia per non farsi domande, per non guardare oltre il proprio naso e non provare pietà.

In questo mondo Lanfredi non poteva riconoscersi. Per quanto si sforzasse, non trovava più, da anni, neppure un angolo dove rifugiare la sua cultura e le sue abitudini obsolete. La storia era ormai fuori luogo e fuori gioco, la filosofia nemmeno parlarne, la lingua ridotta a un’accozzaglia di neologismi, priva di logica, fattasi povero strumento per colpire sotto la cintura, per suscitare brividi a buon mercato e sopprimere, così spezzata, dilaniata in brandelli infantili, qualsiasi germoglio di pensiero, ogni ragionamento articolato e complesso.

E questa storia mutilata, questa filosofia incompresa e incomprensibile, perciò odiata come esercizio vuoto di pura forma, questa lingua evirata gli toccava insegnare alle nuove e sempre più esigue generazioni, quattro gatti abituati a essere idolatrati per la loro stessa miracolosa esistenza in una società di vecchi sterili. Pochi esseri che ancora potevano esibire muscoli e ormoni efficienti e solo per questo erano amati, in forme maniacali e quasi mai innocenti, e difesi da ogni difficoltà, da ogni durezza della sopravvivenza che avrebbe consentito loro di crescere. Invece restavano a lungo, fino alle prime rughe e all’appannarsi dello smalto giovanile, fuori dal mondo e dalla vita reale, galleggianti in un nulla di fatto, nulla di pensato: ingenui prima, infine stupidi. Pronti, da stupidi e da non più giovani, a dare finalmente il loro disprezzabile contributo a una società di merda. In loro restava sommersa, come in una palude dagli effluvi malsani, tutta la rabbia che vigliaccamente si rifiutavano di esprimere al tempo giusto e che si rivelava dopo, troppo tardi, nella prepotenza amorale o nella sottomissione ipocrita e biliosa, a seconda del ruolo che il caso affidava loro in quella commedia orrenda e senza copione.

Di tal genere, se non tali appunto, erano i pensieri di Lanfredi mentre si lavava, si pettinava, si infilava goffamente i pantaloni beige, ormai sformati, e la camicia azzurra troppo pesante, non troppo pulita.

Con il tablet sotto braccio e un paio di vecchi libri cartacei, malmessi e vergognosi di sé, nascosti nella borsa di cuoio, il professore uscì di casa e, dopo una breve camminata e una lunga attesa, si collocò sull’autobus che lo avrebbe consegnato, anche quella mattina, ai suoi ridicoli doveri di docente nell’Istituto di Istruzione Superiore “Steve Jobs”, a respirare suo malgrado la sgradevole vicinanza di un gruppo sparuto nel numero, ma comunque insopportabile, di adolescenti.

L’Istituto “S.Jobs” si disperdeva in un edificio ormai sovradimensionato rispetto al numero di alunni e professori che, di pessima voglia, lo frequentavano. Il prefabbricato, costruito in fretta molti anni prima, quando ancora c’erano dei giovani e le classi non bastavano mai, era decaduto in modo sommesso, con la discrezione tipica delle scuole che vedono crescere e passare generazioni e generazioni di studenti, invecchiare e morire docenti, e restano lì, apparentemente immobili e sempre uguali a sé stesse, come scogli percossi dalle onde, finché un bel giorno si rompe il riscaldamento, le finestre non chiudono più, i bagni esplodono, crollano i soffitti.

Lanfredi arrivò, come al solito, quando già era suonata la prima campanella. Lo faceva apposta, non gli piaceva perdere tempo in vuote chiacchiere coi colleghi o, peggio, con gli alunni. Entrò senza salutare nessuno. Tentò di attraversare l’atrio senza farsi notare, schivando il secchio che campeggiava proprio al centro dell’ingresso, vergognoso ma necessario, col clima umido della primavera padana, per raccogliere l’acqua piovana che filtrava regolarmente dal tetto. Era quasi arrivato sano e salvo al corridoio che portava nelle classi, quando da dietro le spalle lo assalì il temuto latrato della portineria: “Lanfredi! Lanfredi, venga qua!”. Il professore alzò gli occhi al cielo e invertì la rotta per andare ad accogliere la sua grana quotidiana: supplenza, riunione straordinaria, adempimenti burocratici dimenticati, richiamo disciplinare, convocazione dal Manager Scolastico.

“Lanfredi, la vuole il Manager. Urgente.”

“Adesso ho lezione, gli dica che vado dopo…”

“Urgente. Nel suo ufficio.” ripetè spietata la bidella, e si rimise a leggere la sua rivista di gossip.

 

Il Manager Scolastico, Prof. Manfredo Mirasole, lo accolse alzando la testa dalle carte che aveva davanti, con un lieve arretramento della sedia girevole rispetto alla scrivania, per potergli sputare in faccia il suo sguardo severo e pietoso, quello sguardo umiliante di chi ti giudica più incapace che malvagio.

“L’ha fatto di nuovo.” disse Mirasole.

Lanfredi si domandò silenziosamente a quale tra le sue tante mancanze abituali il Manager si riferisse (con urgenza) quella mattina.

“Sono venuti i genitori di quarta D in delegazione a lamentarsi. Per la terza volta dall’inizio dell’anno scolastico.” continuò Mirasole giungendo le mani e dipingendosi sul viso tutta la disapprovazione del mondo.

Lanfredi restrinse il campo: se si trattava di genitori insoddisfatti il problema era relativo al profitto (inspiegabilmente scarso) degli alunni o al carico di studio (insostenibile) o alla difficoltà degli argomenti trattati (eccessiva); oppure alla sua inopportuna tendenza a fare politica durante le lezioni, soffermandosi colpevolmente su certi periodi ed eventi storici o su certe teorie filosofiche o letterarie di cui ormai era consuetudine diffusa tacere, se non altro per evitare grane.

“Ha messo quindici insufficienze nello scritto di Italiano. Su quindici alunni.”

“Scrivono malissimo. Fanno degli errori insopportabili. Lessico da prima elementare, sintassi non pervenuta. Se vuole le faccio leggere…”

“Tutti? Tutti insufficienti? Non le viene il dubbio che sia colpa sua?”

Lanfredi abbassò lo sguardo, perché di fronte a quell’argomento sapeva di non potersi difendere. Se mettevi delle insufficienze, nella Scuola Riformata, era colpa tua: o non sapevi valutare o, peggio, non sapevi insegnare. Più insufficienze mettevi, più eri colpevole. Più eri colpevole, più il Manager era costretto a decurtarti lo stipendio, già miserrimo di suo. Di conseguenza quasi nessuno dava più voti mediocri, e tutti erano diventati bravissimi e brillanti: gli insegnanti e gli alunni. La Riforma aveva conseguito in pochi anni risultati eccezionali e misurabili: gli unici motivi per cui era ancora lecito non ammettere gli studenti alla classe successiva erano quelli “disciplinari”, ovvero un look eccessivamente stravagante e delle capacità critiche non ben dissimulate. In sostanza venivano bocciati, tutti gli anni, gli unici alunni che Lanfredi, per affinità elettiva se non per competenze accertate, avrebbe promosso.

“E poi, Lanfredi, vedo che anche quest’anno sta uscendo dal seminato. Dieci lezioni sulla rivoluzione francese: non le pare di esagerare? Di cosa parlate? Riduca, sintetizzi, non perda tempo inutilmente. Mi sono spiegato?”

Lanfredi tacque ancora e abbassò di nuovo lo sguardo, perché non si vedesse il fuoco assassino che lo consumava.

“Per questa volta non le applico nessuna penale, visto che ha già lo stipendio dimezzato. Ma si ricordi che la tengo d’occhio, Lanfredi. Adesso vada in classe.”

Lanfredi si alzò e se ne uscì dall’ufficio in tutta fretta, bofonchiando un saluto che somigliava molto a un’imprecazione e muovendosi a scatti per sfogare la rabbia malamente trattenuta.

“Quest’anno faccio Darwin in prima D. E Marx in quarta.” pensò non appena imboccato il corridoio. A sua insaputa, un largo sorriso folle gli fiorì sulle labbra.


Cap. 2

 

Alice H. si rotolava sul letto, mezza nuda, facendo smorfie patetiche e scompigliandosi ad arte i capelli sul cuscino: intanto spostava con perizia lo smartphone alla ricerca dell’inquadratura perfetta per il selfie arrapante-finto-assonnato del buongiorno.
Un post ben riuscito il lunedì mattina portava clienti per tutta la settimana: una seccatura purtroppo necessaria. Mentre scattava, il telefono cominciò a vibrare e lo schermo si riempì col faccione sorridente della sua (per così dire) collega Azzurra B. Che cazzo di foto aveva scelto per il suo stato, roba da perdere tutti i clienti. A parte quelli perversi che si scopano le ciccione.

“Ciao amore, che fai? Già sveglia?”

“Uhm, sì… Sconvolta, ma sveglia. Ma perché mi chiami a quest’ora, tesoro mio?”

“Notizie super! Pronta?”

Alice gonfiò le guance e alzò gli occhi al cielo: chissà perché questa, solo perché si erano fatte qualche decina di clienti insieme, si sentiva autorizzata a chiamarla alle 10 di mattina per raccontarle i fatti suoi. La gente non sa più distinguere tra amicizia e rapporti di lavoro. Dove sono finite le professioniste?

“Dopodomani… si va a Palazzo! Aperitivo con un sacco di gente che conta nel Partito, parlamentari, vecchietti bisognosi d’affetto…”

Alice cominciava a cogliere il senso della conversazione; si sentì immediatamente più sveglia e si tirò su a sedere: “Ué, ma complimenti! Colpaccio davvero! Ma come hai fatto? Chi ti ha presentato?” Certo non poteva essere merito della foto profilo con faccia obesa.

“Eh…” sospirò Azzurra.

“Ma che adesso mi fai la discreta? Eddai, me lo devi dire. Su.”

“No, niente, ieri sera sono stata con un tizio strano… Strano davvero, eh!”

“Come strano?” Sono tutti strani, i clienti. Piccola, questo è proprio l’abc.

“Noooo, amore, ti dico: proprio s-t-r-a-n-o. Non so come spiegare. Tutto a posto, ma aveva qualcosa. Metteva come paura. Uno sguardo…e poi era come…freddo ecco. Troppo freddo. Come scoparsi una lucertola. Non so se mi spiego.”

Tu ti sei fatta qualche sostanza, prima di scoparti la lucertola pensava Alice. Ma non disse nulla. Lasciò che Azzurra B. continuasse:

“E comunque, questo tizio strano che non so come si chiama, non me lo ha voluto dire, nemmeno un nome falso, assolutamente, insomma questo tizio strano mi ha detto che ero stata molto brava (e lui, eh, cavolo…) e che se ero libera mi organizzava una cosa a Palazzo mercoledì sera. E che se volevo potevo portare un paio di amiche.”

Alice era già in piedi, con una scarica di adrenalina che mollala: “Ma certo, amore. Io ci sono sempre quando vuoi, eh. Sono già pronta, dimmi a che ora e disdico tutti gli appuntamenti.”

“Ah, ecco, bene. Ci sarebbe solo una piccola scocciatura, prima.”

“Quale scocciatura, amore mio?” chiese Alice allarmata.

“Prima il tizio vorrebbe provarti. Un servizietto fatto bene, hai capito?”

“Il tizio, la lucertola?” Oddio.

“Ma è giusto, no? Mica può mandare delle incapaci a Corte, no? Ti pare?”

“Logico.” sospirò Alice “Ma come ci accordiamo? A che ora lo devo vedere?”

“Mi chiama lui. Mi dice dove devi andare e quando, e poi ti telefono e ti dico. Ok amore?”

“Uhm, sì.” mugolò Alice “Ma ci possiamo fidare? Cioè, chi cazzo è questo?”

“Noooo, amore, stai tranquilla! Per quello è a posto: vestito bene, pulito, bella macchina, soldi così… E anche…Non è male, per niente. Tranquilla. E comunque poi, senti, magari potremmo portare anche Bianca. Quello ha detto due-tre amiche. Così nel caso…m’hai capito?”

Bianca G. era una non tanto figa, ma faceva cose da pazzi. Se la portavano dietro per coprire quel tipo di pratiche schifose-dolorose-perverse che non avevano voglia di sbrigare personalmente.

“Eh, va beh. Portiamoci Bianca. Per sicurezza, dai. La chiamo io?”

“Sì tesoro, per favore. Spiegale la cosa della prova col tizio, però. E preparala un po’, capito?”

“Alla lucertola?”

“Eh-eh” ridacchiò imbarazzata Azzurra. Che poi, c’era poco da ridere.

 

Quella notte, alle 2,40, Bianca G. e Alice H. uscirono correndo dall’Hotel Maximo, riparandosi dalla pioggia sotto il medesimo ombrello. Poche falcate fino al taxi che le aspettava in strada. Si sedettero dietro, stando attente a toccarsi il meno possibile. Diedero i loro indirizzi al tassista e si chiusero in un silenzio impervio. Ognuna guardava fuori dal proprio finestrino: le gocce che scendevano, illuminate dalla luce giallastra dei lampioni, i fari delle automobili sull’asfalto, poche persone in cammino, coperte da ombrelli scuri, e gli occhi del cliente-lucertola. La sua pelle fredda, di un pallore mai visto, in certi punti nascosti del corpo addirittura bluastro, come un livido sbiadito. Quel modo ripetitivo e instancabile di usare il loro sesso. Senza piacere, si sarebbe detto, ma chissà. Quel terrore che le aveva prese quando invece loro avevano goduto, in un modo misteriosamente feroce, selvatico, come mai avevano goduto e come mai si sarebbero aspettate di godere con un cliente. Con un cliente come quello.

Aver ascoltato ciascuna i gemiti e le urla inequivocabili dell’altra era ciò che più le metteva adesso in imbarazzo, tornando a casa.


Cap. 3

 

Lanfredi entrò in classe, il giorno seguente, e nessuno se ne accorse. I quindici studenti della quarta D sedevano come al solito in silenzio, con lo smartphone in mano, ciascuno isolato dagli altri presenti e probabilmente da se stesso, ma connesso a milioni di sconosciuti che esibivano all’universo social la propria vita e i propri moderati sconforti.

Il professore arrivò alla cattedra, lasciò cadere a terra la vecchia borsa, si sedette e cominciò a trafficare col tablet, segnando i presenti e l’argomento della lezione sul registro elettronico, in modo che da casa il gruppo mamme fosse in grado di controllare in tempo reale la posizione dei propri virgulti e quella (ideologica) del docente, e affinché potessero scattare immediate rappresaglie parentali in caso di indebiti sconfinamenti nella zona rimossa del sapere e della storia.

Definite le incombenze burocratiche, Lanfredi tossicchiò una volta, due, tre, nella speranza di attirare l’attenzione di qualcuno. L’unica ad alzare lo sguardo su di lui fu Emma Parisi, una ragazzetta minuta con gli occhi brillanti, che studiava quel poco che la scuola le scodellava con un’avidità sospetta. Leggeva libri, soprattutto quelli sconsigliati, e assisteva alle lezioni di Lettere come se quello che Lanfredi diceva davvero contasse qualcosa, nella sua vita. Il professore, imbarazzato da questa apertura di credito nei suoi confronti (credito che mai neppure lui aveva concesso a sé stesso), faticava a sostenerne lo sguardo e perdeva spesso il filo, divagava troppo, davanti a lei.

“Bene. Cominciamo.” Andrea Gentili, dal primo banco della fila a destra, spense il cellulare, lo appoggiò sul banco e poi, a braccia conserte, attese che il professore dichiarasse l’argomento della spiegazione, per decidere se fosse il caso di rinunciare alla diretta fb della sua fidanzata dall’aula confinante.

“Quella di oggi sarà una lezione speciale.” Lanfredi aveva pronunciato questa frase con un tono insolitamente entusiasta, perciò quasi metà classe distolse per un attimo l’attenzione dal telefono e la dedicò a quello strano individuo che, dalla cattedra, era solito blaterare di cose fastidiose e irrilevanti, ma oggi, oh, chissà oggi di cosa aveva in programma di cianciare.

“Parleremo di Marx.” annunciò Lanfredi con una voce resa stridula dall’emozione, e si fermò a vedere gli effetti della bomba appena sganciata sui giovinastri.

Metà classe continuò imperterrita a trastullarsi con lo smartphone. L’altra metà lo guardava stranita. Infine Matteo Sanna, dall’ultimo banco, diede voce al dubbio di tutti: “Chi è Marx, prof?”

A Lanfredi il cuore si fermò per un attimo. Ma si fece forza, capì che la sua carica sovversiva non poteva fermarsi così, ai primi passi incerti. Bisognava percorrerla tutta, quella strada perigliosa e in salita, e metterci tutta la forza accumulata e compressa in anni di dolorosa e umiliante sottomissione.

“Karl Marx fu un economista, un filosofo. Il fondatore del Comunismo.”

Questa parola rientrava tra quei pochi lemmi relativi alla politica conosciuti anche dai suoi studenti: non che sapessero esattamente di cosa si trattasse, ma avevano sentito in tv e sui social che era argomento pericoloso e non compatibile con la scuola. Infatti Gentili, muovendo attorno uno sguardo tra il perplesso e il sarcastico, emise il suo verdetto: “Ragazzi, i Comunisti erano terroristi sovversivi fuorilegge. Questo qui è matto. Ci mettono tutti in galera.” Poi, rivolgendosi con tono paterno a Lanfredi, continuò: “Prof, smetta per favore. Facciamo qualcos’altro: un video, esercizi di grammatica, qualcosa che si possa scrivere sul registro. E cancelli questo Marx dagli argomenti di oggi, prima che se ne accorga mia madre.”

Altri occhi si alzarono dai cellulari, preoccupati. A nessuno piaceva la prospettiva di sorbirsi dai genitori ore di interrogatori su cosa combinava il prof. di Lettere a scuola, sgradevoli interazioni che avrebbero sostituito un paio di puntate della serie preferita, o preziosi minuti di video-chiamate con ragazze semisvestite. L’idea poi di finire eventualmente in qualche Unità Rieducativa per colpa di quello svitato di Lanfredi proprio non si poteva reggere. Si alzò un borbottio generale sempre più deciso, da cui emergevano le idee già espresse da Gentili: video, grammatica, prof. cancelli.

Ma Lanfredi non volle cedere. Attivò la lavagna elettronica e inserì nel pc una chiavetta portata appositamente da casa, dove aveva, con insolita diligenza, caricato una lunga serie di slide, semplici ma precise, colorate, illustrate a dovere, che potessero attirare l’attenzione dei suoi alunni per un tempo sufficientemente lungo da lasciare qualche traccia di sé nelle loro menti svampite.

 

Dopo un’ora metà classe continuava a giocare con lo smartphone, ignara di ogni altro evento. L’altra metà degli studenti lo fissava, con un’espressione vaga che Lanfredi non sapeva interpretare: poteva voler dire qualsiasi cosa, dall’ostilità pronta a trasformarsi in delazione (alle famiglie e al Manager scolastico) fino alla curiosità, per la prima volta suscitata in quell’aula scolastica, da quel professore. Sanna era un poco rosso, sembrava accaldato. Gentili non si muoveva da parecchi minuti. La Parisi aveva disegnato sul banco un enorme, meraviglioso mostro alato. Nessuno parlava. Inquieto e deluso, il professore firmò il registro elettronico. Sopra la firma, la casella con l’argomento delle lezioni conteneva un vaghissimo “Ripasso e approfondimenti”. Il Manager non gliel’ avrebbe fatta passare, quella reticenza sospetta, ma comunque Lanfredi avrebbe avuto il tempo di inventarsi qualcosa di accettabile, prima della prossima convocazione. Gli alunni da parte loro non avrebbero fiatato, ne era certo: il terrore di suscitare preoccupazioni genitoriali e, di conseguenza, prevedibili rotture di balle per tutti era più forte dell’eventuale tendenza alla spiata di qualcuno.

Suonò la campanella. Riposti il tablet e la chiavetta sovversiva nella sua borsa, Lanfredi si avviò lento, ingobbito e di nuovo malinconico, alla porta. Nel preciso istante in cui toccava la maniglia mal fissata, mal funzionante e mai riparata per uscire, dietro le sue spalle si levò la voce dolce e un poco rauca di Emma Parisi: “Prof, mi scusi, posso farle una domanda?” 


Cap. 4

 

Frattanto nella sala convegni dell’Hotel Adrianopolis si aprivano i lavori del “VII Congresso Internazionale di Virologia medica”. L’aula, che doveva accogliere i circa duecento partecipanti, si andava riempiendo. Una giovane hostess bruna, impettita e sorridente e uno steward di altrettanto gradevole aspetto salutavano all’ingresso i nuovi arrivati e li aiutavano a prendere posto. I convenuti erano maschi e femmine, quasi di pari numero, e tutti portavano rigorosi completi blu o grigi: si faceva fatica a distinguerli l’uno dall’altro. La hostess notò che tendevano a muoversi tutti insieme, a sistemarsi curiosamente vicini gli uni agli altri, come se avessero paura del vuoto o della solitudine. Sembravano insetti, pensò la hostess, decorosi, ma comunque schifosi insetti grigio-blu. Lo steward si rivolgeva a loro, come gli avevano richiesto gli organizzatori, in inglese e loro lo comprendevano, ma tra loro non comunicavano: anche prima che la conferenza iniziasse c’era un mutismo incongruo, nella sala. Si sedevano vicini, spalla a spalla, ma non si parlavano.

Finalmente, verso le 9,30, tutti furono sistemati, le porte si chiusero e, nel più stralunato dei silenzi, senza neppure un applauso di incoraggiamento, il relatore cominciò il suo discorso introduttivo: “Belad stren sustic kol.”

[N.d.T.: “Benvenuti, cari fratelli”]

“Bura, bura ka stud fop len!”

[N.d.T.: “Santo, santo il virus delle origini!”] risposero tutti i presenti, con un sincronismo impressionante.

La hostess e lo steward, in piedi davanti alla porta, si guardarono un attimo, stupefatti. “Che cavolo di lingua parlano?” sussurrò lo steward alla sua collega senza quasi muovere la bocca, e senza cambiare la sua espressione impenetrabile. La ragazza alzò appena le spalle e le sopracciglia, ammettendo la propria ignoranza, e si rimise impettita a scrutare nel vuoto.

“Sustic kol, ik bum het jalum: ger huko fantul sesset prat lassal ventur gui sanet tesum defin skul dunbak setrim sessel fan dusil teret kol fop len. Deses tarum nud fartis wemil retesset massul grunt res kalim susten kol.”

[N.d.T.: Cari fratelli, posso darvi l’annuncio: sono tutti arrivati e sono qui tra noi i fratelli che hanno viaggiato per compiere l’infusione del sacro virus originario anche in queste terre. Come sapete, già nell’intero pianeta sono giunti altri fratelli e stanno svolgendo la sacra missione.”]

“Bura ka stud fop len!”

[N.d.T.: “Santo il virus delle origini!”] ripeterono in coro i convenuti.

Il relatore riprese sorridendo: “Missuf dertun jambao teridon scuf sessel sanet kol lessun karabat. Def neio predul setrim tert susten kol baral dusil teret. Gerut bastum in ne tol ne vol.”

[N.d.T.: “Darò oggi qualche istruzione in più per compiere l’infusione, oltre a quelle che già i fratelli lontani vi hanno fornito prima del viaggio. Dirò cose degli abitanti di questa terra, perché sappiate quello che serve per compiere la missione. Potete fare domande, se non sapete o non capite.”]

Ma tutti continuavano a tacere, agitando però nervosamente gambe e braccia, e accostandosi col busto e con la testa al vicino di posto, strusciandosi quasi a lui con le spalle, per poi oscillare dalla parte opposta, sul collega seduto all’altro fianco.

Il relatore riprese a sorridere e a parlare: “Tum Italia retul sembrol kapa set furbo. Furbo ket hol garim fur, sal ne jol kurtum patreb, ne sal jil vartes.

Italiani lo arrangiano: ket hol ne sal lupres patrebun, tul se guis lululu vatrom ne kurtumes…”

[N.d.T.: “In Italia alla popolazione piace credersi furba. Furbo è chi ha intelligenza concreta mediamente rapida, ma non pratica il ragionamento sistematico, né possiede conoscenze adeguate.

Gli italiani si arrangiano: vuol dire che non hanno un’organizzazione efficiente, quindi devono risolvere continui problemi improvvisando…”]

Il pubblico manifestò dopo queste parole grande agitazione e nervosismo, si vedevano intere file ondeggiare ripetutamente, destra-sinistra-destra-sinistra, sempre nel più totale silenzio.

“…na terok luso mavas ki was luostris.

Italia bim tinit hal mavas, tuy halan tini fantus halos jun es kolos, ne kolotki kol. Fus terektos ki dusil terek, klo tinis misul ne itusk ko tunit ko kumpfit ki julus ke vas, ne sembrol kol polit, klo ni fantusi basud ti was mules. Ne fantusis tinit kolotki was, klo tutit mavasis halos pul dusil basudic, ki luot mavas sprith ke mamavasvas dertit tul ser polit gunus ki sembrol sustic kol mavas hal.”

[N.d.T.: “…con risultati ovviamente mediocri che loro sopravvalutano.

L’ Italia oggi ha un governo cattivo, tutto il potere è in mano a un solo capo e ai suoi amici, senza alcuna benevolenza per gli altri fratelli. Alcuni abitanti di queste terre, che hanno il corpo diverso dagli altri per colore o per forma del viso o degli arti, non sono neppure considerati fratelli, ma nella solitudine vengono lasciati a soffrire per la gioia degli altri. E nessuno ha compassione di loro, ma tutti approvano la crudeltà dei potenti verso questi disgraziati e persino i deboli infliggono loro altre ingiustizie e tribolazioni, per sentirsi meglio e più simili a chi odiosamente li comanda.”]

Di nuovo gli ascoltatori manifestarono forse sconcerto, forse disapprovazione, oscillando teste e spalle, accentuando il movimento incessante delle braccia e delle gambe.

“Tun fop len sessel politis vert mules ki dusil teret basud. Bim misarit ku kol yuik dertit.

Tinit moku katren ti kiopec loi was kumpfit: ke sembrolit halan retul junjun ki dertit mulesit. Jam dertit bura ka sessel terektosde halan, halos ki was kolos: tul bura ka sessel lonus polit ptus ki lasun ki ke mas gunus tunit haloit lam ik tinites ik halos ik tus lam nalah, dertin ne basurum, kil teret tui basurum ka dusil. Li teret asur, we jul polit mes, gunus tunit polit kumules, suntaf kolef ta bura ka sessel…”

[N.d.T.: “Dunque l’infusione del sacro virus sarà di grande giovamento, per questa terra infelice. Ora dirò cosa voi fratelli dovrete fare.

Tenete in ordine la peluria sul capo e vestite secondo il loro gusto: se apparirete ricchi, in questa terra potrete tutto quello che volete. Cominciate a praticare le sante infusioni tra le genti che possiedono più beni, e dai capi, e dai loro amici: alle sacre pratiche segue la fioritura del blu sulla pelle e se il nostro bellissimo colore si diffonderà prima tra i forti e poi tra i piccoli e i deboli, farà meno paura, anche in una terra con molti terrori e vigliacchi pregiudizi come questa. In altre terre, dove le cose sono un poco più avanti, il bel colorito sta diventando cosa gradita, essendo il suo fiorire collegato alla pratica devota dell’infusione…”

“Bura!” [N.d.T.“Santa!”] esclamarono gli ascoltatori.

“… yure ki terektos polis vert permules, la si misarit kol karabatus fantusi. Kol patrebum ik dusil teret gus dertit bura ka sessel ki kurtas lopilutic, ki dertit jum ne tolen nalimmos bura ka, ki me fantisros dusil terektos dertit tutit ne mas yuik bura ka sessel fop len.”

[N.d.T.: “…che anche a questa specie risulta grandemente piacevole, come ci raccontano i fratelli che hanno viaggiato per primi. Alcuni fratelli ben istruiti hanno già iniziato anche in queste terre la santa pratica dell’infusione con alcune femmine promiscue, che continueranno a loro insaputa la catena delle devozioni, così che in pochissime ere anche questi indigeni praticheranno e condivideranno spontaneamente e senza la nostra guida la sacra infusione virale delle origini.”]

“Bura!” [N.d.T.“Santa!”] gridarono di nuovo gli ascoltatori, con una sola voce.

Visto che il conferenziere sembrava aver concluso la sua introduzione, per la sala ricominciò a serpeggiare un palese nervosismo, poi, dopo qualche minuto in cui tutti avevano tremato e oscillato ripetutamente, uno dei presenti si alzò e ruppe il silenzio, rivolgendo una domanda al relatore, che lo incoraggiava sorridendo dal palco:

“Bim patreb polit hujun bura ka ptus? Bim tum patreb hujin ki galter was tuntit mas gunusi tunit?”

 [N.d.T.: “Per ora è opportuno tenere nascosto il santo blu? E fino a quando è bene mascherare col belletto che ci è stato consegnato il nostro bellissimo colore?”]

Il pubblico ricominciò a muoversi e a dimenare spalle e testa, in segno forse di approvazione, di condivisione del dubbio.

Il relatore rispose, senza cambiare la sua espressione di inquietante e inamovibile serenità: “Polit hujun ki te ne junjun ratesi k mulesit. Yum kol batkar, re vut kil mar ik ven, tas misarit yuik, dakum kol karabatus ki dertit bura ka derties. Port yu kalit kol mulesit kurtos ta luprot kol ke julin teresit sessel fop len mi teret dusil ki lun. De misarit fantuskil. Ne lot tutit mulesit terektos kut bura ka sessel fop len: kartos mulesit kurtas, nelis kartos mulesit kartos, ik tusit kurtas. Iki lorbren, ne basurum: dertit yuik ik dertit bura sessel, kun was manit. Was polit mules vert. Bura ka sessel juni polit mules teret jun junjun!”

[N.d.T.: “Continuate a nasconderlo finché non sarà condiviso da molti e apprezzato. Al prossimo incontro fraterno, tra qualche ciclo di giorni e di notti, vi darò ordini più precisi, secondo il volere dei fratelli lontani e per il compimento delle sacre pratiche.

Dopo di me parleranno alcuni dei fratelli ben istruiti che hanno viaggiato per primi, per insegnare anche agli altri fratelli ciò che hanno già sperimentato praticando la santa infusione in queste e in altre terre. Io devo dirvi ancora solo poche parole. Non dimenticate di assecondare per quanto possibile i gusti degli indigeni a cui andrete a praticare la devota infusione del virus: alcuni maschi gradiscono principalmente le femmine, altri vogliono maschi, e lo stesso vale per il genere femminile. Se tuttavia doveste sbagliare, non preoccupatevi: procedete comunque secondo le istruzioni e praticate l’infusione, quando saranno pronti. A loro sarà comunque gradita. La santa infusione è sempre gradita a tutti e in ogni terra!”]

A questo punto si scatenò tra il pubblico una vera tempesta di movimenti, strusciamenti, tremori sempre meno controllabili, e tutti urlarono per tre volte: ““Bura ka stud fop len! Bura! Bura!”.

[N.d.T.: “Santo il virus delle origini! Santo! Santo!”]

Poi tornò il silenzio. Il relatore sedette, cercando di mantenere il controllo e l’immobilità che aveva esibito durante il suo discorso. Tutti gli altri nella sala, invece, continuavano ad agitarsi sempre di più e a lasciarsi andare a comportamenti sempre più stravaganti: si accarezzavano, si avvicinavano col viso al viso degli altri, si spingevano gli uni contro gli altri.

Sulla porta la hostess e lo steward erano sempre più imbarazzati e inquieti per quello che vedevano. Poi il relatore scese dal palco e si avviò verso l’uscita. I due giovani, con un certo sollievo, aprirono la porta e si collocarono all’esterno, in attesa del relatore successivo. Improvvisamente dalla sala uscì una delle dottoresse in grigio: afferrò lo steward per il braccio e chiese, con una voce nasale e un inglese perfetto, di essere accompagnata alla toilette. Lo steward cercò di divincolarsi e di dare indicazioni, ma la donna, abbastanza bella anche se di una bellezza strana, glaciale, lo trascinò con sé lungo il corridoio, verso i bagni femminili. Alla giovane hostess venne da ridere, a vedere la scena. Ma si trattenne e rimase al suo posto, immobile e con un mezzo sorriso leonardesco.

Dopo qualche minuto tornò lo steward, coi capelli fuori posto, le guance rosse e gli occhi spiritati. Si rimise a presidiare la sua mezza porta, ma sembrava non riuscisse a stare fermo. Poi rientrò in sala la dottoressa, che gli passò davanti senza guardarlo, impassibile, ancheggiando appena nel suo impeccabile completo grigio.


Cap. 5

 

Emma Parisi aveva seguito Lanfredi fuori dall’aula, portando con sé la sua domanda. Gliel’aveva sussurrata in corridoio, con gli occhi lustri: “Prof, ma chi la dovrebbe fare la rivoluzione, adesso?”

La richiesta era incredibilmente densa, come tutte le domande di Parisi (l’unica della classe, e forse dell’Istituto, che ancora ne facesse durante le lezioni). Implicava una riflessione sulla società e sull’economia contemporanea che Lanfredi non si era mai avventurato a fare fino in fondo e che forse invece Parisi aveva efficacemente avviato mentre ascoltava il suo bigino sovversivo sulla vita e il pensiero di Marx, e intanto disegnava creature fantastiche sul banco e intanto dava, ogni due-tre minuti, un’occhiata alle notifiche sullo smartphone. Mentre il professore cercava di riprendersi dallo stupore e si affannava a trovare una risposta accettabile, in corridoio arrivarono anche Sanna, Gentili, Federico Marconi e Sara Franzosi, a circondare ed estendere quello strano gruppo allieva a colloquio con professore oltre l’orario di lezione che non si vedeva più da un pezzo nei corridoi di quello e probabilmente di molti altri istituti scolastici della Nazione. La bidella di servizio li guardò sospettosa e un filo seccata; la professoressa Salerno, che si avvicinava rapidamente alla quarta D per fare la sua ora di Inglese, cominciò a scrutarli in lontananza, preoccupata che ci fosse qualche ferito o qualche sanzione disciplinare da gestire: avrebbe perso del tempo prezioso che aveva programmato di dedicare a un video su Londra, che ai ragazzi piaceva sempre, lasciandoli sostanzialmente liberi di continuare a intessere i loro affari e le loro relazioni via social.

Lanfredi, che non trovava risposte alla fatidica domanda di Parisi, o ne trovava troppe, e confuse, era rimasto impastato in un silenzio ansioso, a cui l’arrivo della collega mise fine, fornendogli un pietoso pretesto per rimandare la discussione alla lezione del giorno dopo.

 

Il giorno dopo Lanfredi, pur avendo passato la notte a rimuginare sulla rivoluzione, il proletariato e il mondo contemporaneo, non aveva fatto molti passi avanti sulla questione.

Parisi e gli altri però non avevano rinunciato ad approfondire l’argomento, tanto che alla fine dell’ora di Italiano (in cui era stato somministrato un video su Manzoni che aveva opportunamente rilassato e fatto assopire tre quarti della classe) lo accompagnarono fuori dall’aula e gli chiesero di programmare un’ora di R/P (recupero e potenziamento) nel pomeriggio, solo per loro. “Abbiamo pensato delle cose, prof. Così magari ne parliamo.” disse Parisi con una complicità imbarazzante nella voce.

“Senza metterci nei guai, che degli altri in classe c’è poco da fidarsi.” aggiunse cauto Gentili.

“Così le pagano pure lo straordinario.” concluse Marconi. Lanfredi si girò di scatto verso di lui, offeso dall’insinuazione, ma si accorse che non c’era alcuna ironia nello sguardo del ragazzo. Solo un po’ di benevola pietà per il suo maglioncino liso.

 

La segretaria, dopo aver prelevato dalle mani del professor Lanfredi il modulo con cui questo faceva ufficiale richiesta (per la prima volta in dieci anni di servizio allo “Steve Jobs”) di uno spazio per il recupero pomeridiano, sollevò gli occhi grigi ben truccati dietro gli occhialini da presbite e lo fissò incredula. “È sicuro?” fu l’unica cosa che le venne da dire. Magari si era sbagliato, magari voleva in realtà fare domanda per un permesso. Ma il prof. fece sì con la testa, un poco seccato, e la segretaria registrò la richiesta, senza nulla aggiungere. Poi le venne in mente che forse Lanfredi era talmente a corto di soldi, con tutte le multe che gli erano state addebitate in quell’anno scolastico, da dover ricorrere a quel mezzuccio delle lezioni straordinarie per assicurarsi la sopravvivenza, come peraltro già facevano in molti, nella scuola riformata. Solo che gli altri avevano la furbizia di specificare che si trattava di “potenziamento” e non di “recupero”, che già la parola evocava possibili insufficienze e, quindi, scarsa professionalità dell’insegnante. Ma Lanfredi era un po’ scemo, lo sapevano tutti.

“Alle 14,30 in aula 107, primo piano, corridoio a destra. Puntuale, che alle 16 dobbiamo pulire e chiudere.” recitò infine senza espressione la segretaria, porgendogli una penna per firmare il registro delle prenotazioni.

 

Quel pomeriggio, senza farsi notare dal resto della classe, Parisi, Gentili, Sanna, Marconi e Franzosi si fermarono a scuola per la lezione straordinaria. Alle 14,30 in punto anche Lanfredi si infilò nell’aula 107, schivando la bidella del primo piano, distratta dalle pulizie nell’altro corridoio. I ragazzi non gli lasciarono neppure il tempo di sedersi e lo assalirono col loro delirante entusiasmo: “Prof, abbiamo deciso di fare la rivoluzione.” disse a nome di tutti Parisi, con una tenerezza del tutto incoerente al senso delle proprie parole.

Lanfredi, distratto dapprima dal tono e dalla voce della ragazza, infine capì: inciampò nella cattedra, cadde, si rialzò, si pulì i calzoni, non seppe cosa dire. Intanto gli studenti ridevano e Sanna lo aiutava a sedersi, tutto a posto prof?

“Adesso le spieghiamo, prof.” cominciò Gentili quando fu certo che Lanfredi si fosse ripreso. “Dopo la lezione dell’altro giorno su coso…”

“Marx” dissero in coro Parisi e Franzosi.

“…su Marx, ci siamo messi a parlare di come stanno le cose adesso in Italia e di come sarebbe forte mettere insieme un po’ di gente e fare la rivoluzione.”

Lanfredi capiva che l’idea che quei ragazzetti s’erano fatti della rivoluzione era incompleta, sbagliata, pericolosa persino. “E chi la dovrebbe fare, questa rivoluzione?” domandò, preoccupato.

“Prof, questo doveva dircelo lei. Gliel’ho chiesto martedì, si ricorda?” disse Parisi strafottente. Poi si accorse dell’imbarazzo dell’insegnante e sparò su di lui e sull’universo un sorriso radioso: “Su, prof.! L’abbiamo capito che non sa rispondere. In effetti abbiamo provato a risponderci da soli, ma mica è facile.”

“Non c’è libertà, in questo paese. Stanno tutti male, a parte quelli del Partito e quelli ricchi amici loro.” disse Franzosi “Ma quelli che stanno peggio di tutti sono gli schiavi stranieri e i giovani.”

“Questi stronzi di vecchi ci sfruttano e ci umiliano. Non possiamo decidere niente, nemmeno cosa vogliamo studiare. Ci rimbambiscono con gli smartphone e i tablet da quando siamo neonati, ma nessuno ci insegna qualcosa per davvero. Esclusi i presenti, prof!” disse Sanna.

“Ma in che mondo ci fanno vivere, prof? Sono sempre tutti incazzati, si sfogano sugli schiavi e su di noi per non morire di rabbia e di odio!” disse Marconi. “E cosa sarà di noi? Che futuro avremo? Ci tengono in casa a far niente come se fossimo dei cagnolini fino a trentacinque anni, e poi ci mollano per strada a fare la fame con lavori del cazzo. Si salvano solo gli stronzi, quelli che imparano a essere squali e fanno carriera. Gli altri restano schiavi come gli stranieri, ma odiano gli stranieri, perché sono gli unici che fanno una vita ancora più di merda della loro.”

“E intanto continuiamo a morire di tempeste, alluvioni, tsunami, incendi e siccità. Non ci si capisce più nulla, in questo cazzo di paese.” intervenne Gentili, con una veemenza per lui insolita “Mezza pianura Padana è sommersa ormai, anche se non se ne parla al telegiornale. Mal tempo, dicono. Pensano che siamo rincoglioniti come i nostri genitori a bercela. Tra dieci anni siamo tutti sott’acqua, prof. E andremo coi gommoni a chiedere asilo agli africani.”

“E loro ci spareranno, come adesso noi spariamo a loro.” concluse amaramente Parisi.

Per un po’ cadde il silenzio. Si sentivano i respiri ancora affannosi dei ragazzi che avevano parlato a voce imprudentemente alta, con una rabbia che Lanfredi non sospettava si potesse nascondere dentro quella generazione, all’apparenza tanto insulsa e disciplinata.

Dopo qualche istante, il professore volle provare a inquadrare meglio i confini di quella follia: “Ma cosa vorreste ottenere, con la rivoluzione?”

I ragazzi guardarono in terra, poi si guardarono tra loro, ma nessuno ebbe il coraggio di rispondere. Poi Parisi si alzò in piedi e, gravemente, dichiarò: “Prof. c’è lo stesso Presidente da sette anni, dall’ultima consultazione popolare telematica dopo la Riforma. Ci sarà un’altra consultazione solo quando il Vecchio Presidente morirà.”

“Non si sa di preciso la sua età, nessuno la rivela. È molto vecchio, ma pare che stia benissimo e rischia di vivere fino a centovent’anni, con i medici e le cure che può permettersi. Non cambierà nulla ancora per molto tempo, in questo paese. Saremo già vecchi anche noi, quando ci sarà la prossima consultazione popolare.” aggiunse accorato Marconi.

“Che poi le consultazioni telematiche possono truccarle, a ben vedere. E comunque i vecchi votano come dice il Partito, a loro va bene così. E loro sono la maggioranza.” sospirò Sanna.

“Prof, noi vogliamo essere felici. Adesso.” concluse Parisi fissandolo, illuminata dal coraggio e dalla speranza.

A Lanfredi venne un groppo in gola, che non lo lasciava parlare. Gli occhi gli si inumidirono e il cuore cominciò a pompare con insolito entusiasmo il suo vecchio sangue insipido. Capiva l’insensatezza di quella situazione, capiva il pericolo all’orizzonte, ma non poteva rinunciare a commuoversi per quell’assaggio insperato di vita e di bellezza.

Poi però sentì il peso schiacciante delle proprie responsabilità, e cominciò a fare domande, con l’obiettivo di reprimere sul nascere quel piano demenziale, di soffocarlo tra la razionalità del dubbio e la durezza del reale. “E come fareste, a preparare questa rivoluzione?”

“Facile, prof. Fondiamo un gruppo su fb e cominciamo a reclutare gente.” disse Gentili.

“Abbiamo già pensato al nome, prof: Socialismo da social. Oppure Faceismo da facebook. Che dice?” chiese Sara Franzosi.

Lanfredi ebbe un breve mancamento, non rispose. Invece insistette, con la voce che cominciava a tremargli: “Ma come fate? I social sono controllati, vi arresteranno…”

“Cominciamo a contattare gente in chiaro, senza esporci, ma poi per l’organizzazione vera ci spostiamo sotto.” disse sussurrando Gentili.

“Sotto?” chiese il professore.

“Deep web, prof. Droga, prostituzione, pedofilia… ha presente, no?”

Lanfredi aveva gli occhi che puntavano fuori dalle orbite, la gola secca, le corde vocali inutilizzabili. Solo dopo qualche minuto e con grande fatica riuscì a esprimere un nuovo dubbio: “Ma voi come fate? Che ne sapete? Chi…”

“Abbiamo un esperto prof.” disse Parisi.

“Ma chi…?” chiese di nuovo Lanfredi, ormai rauco.

Nessuno rispose, ma tutti guardarono Sanna, che si guardava le scarpe da tennis.

Lanfredi lasciò cadere le braccia e si abbandonò sulla sedia. Poi con la destra si toccò la fronte, e si grattò la testa. Infine, sforzandosi di essere chiaro e convincente, fu costretto a dire quello che pensava: “Ragazzi, questa cosa non ha senso. Non è così che si fa la rivoluzione, ammesso che oggi sia il momento di fare la rivoluzione, cosa che io definitivamente non credo, stante le condizioni politiche ed economiche del paese, e quelle internazionali, e…”

“Prof” lo fermò Gentili.

Ma Lanfredi riprese: “Prima di poter organizzare una rivoluzione o anche un qualsiasi movimento… insomma, dovete prima studiare, riflettere, discutere, trovare le risorse, reclutare ed educare i compagni, creare un’organizzazione solida, aspettare che il sistema economico…”

I ragazzi lo guardavano arrancare in quel discorso che avrebbe voluto essere sensato, ma non lo era per loro. Infine, Parisi sospirò e chiuse la questione: “Va bene prof, capito. Come se non glielo avessimo detto.” sussurrò tristemente. Poi ognuno raccolse zaino e giacca, salutò con un gesto o con un’occhiata il prof e se ne andò dall’ aula 107 più confuso e afflitto di prima.

Lanfredi li lasciò allontanare e uscì per ultimo, vergognandosi disperatamente di quella che era certo apparsa ai suoi alunni, e che forse era davvero, un’invincibile vigliaccheria.

Quella sera, solo in casa, si ubriacò fino a perdere i sensi: falso rimedio di cui aveva abusato spesso, da giovane, ma a cui, malgrado la tristezza lo affliggesse da tempo ogni giorno per tutto il giorno, non faceva ricorso da anni.


Cap. 6

 

Poco prima del tramonto, arrivò il taxi a prelevare le tre ospiti da accompagnare a Palazzo.

Alice H. aveva addosso l’unico vestito elegante e sobrio che aveva rintracciato nel suo guardaroba: un tubino nero con spilla d’oro giallo e granata, giacca corta di velluto e scarpe decolleté, tutto ricevuto in eredità dalla nonna Irene buonanima. L’effetto era decisamente più sciura vintage che escort, ma per la sua prima volta a corte Alice pensava fosse giusto così.

Bianca G. invece non si era fatta problemi, com’era nella sua natura, a manifestarsi con una gonna di pelle nera troppo corta, una magliettina rossa coi lustrini troppo scollata, un trucco da circo, scarpe con la zeppa e tacco 15 che non lasciavano dubbi su quale fosse la sua mission a Palazzo quella sera.

Azzurra B., più discreta, si era fatta prestare da un’amica un vestito indaco, aderente e firmato, il cui look contemporaneamente elegante e sexy era purtroppo rovinato da una macchia imbarazzante sul lato b (di cui Azzurra si era accorta troppo tardi, quando era già uscita di casa, e che, non potendovi porre rimedio, aveva deciso semplicemente di ignorare).

Il Palazzo era una costruzione di stile neoclassico-neofascista che aveva visto la luce nella periferia ovest di Milano quando, sette anni prima, la città era diventata la nuova capitale dello Stato Italiano Riformato. L’edificio, di una vastità impressionante, era una sorta di Versailles del Governo Nuovo: comprendeva due ali, in cui alloggiavano il Vecchio Presidente e il Giovane Presidente, e un corpo centrale in cui si riuniva il Nuovo Parlamento e in cui soggiornavano, in modo quasi stabile, i membri più influenti del Partito Riformatore. Intorno al Palazzo si estendeva un giardino di quasi 50 ettari, aperto al pubblico solo nei giorni di festa nazionale, collegato da un lunghissimo viale alberato alla piazza Capitale Nuova, ultima propaggine della città dove si radunava e trascorreva gran parte della sua miserabile vita la più varia congerie di diseredati, in attesa della benevolenza e della carità dei turisti che passavano per visitare la sede del Nuovo Governo o dei privilegiati che lavoravano dentro il Palazzo o attorno ad esso.

Il taxi si fermò al cancello del parco, che tre guardie armate aprirono dopo aver controllato che le persone sulla macchina fossero quelle segnalate e autorizzate. La vettura percorse a velocità ridotta il viale, delimitato da platani ancora troppo giovani per incutere rispetto, e fece scendere le tre ospiti di fronte al corpo centrale del Palazzo, di un bianco abbagliante, dove due valletti in divisa le presero in consegna e le scortarono fino a un portone secondario, che le introdusse nell’ala sinistra dell’edificio, quella dove si trovavano le sale per i ricevimenti e gli appartamenti del Vecchio Presidente. Una sorta di maggiordomo, anche lui in divisa, le accolse all’ingresso e le guidò, attraverso una serie di corridoi che fece loro perdere quasi subito l’orientamento, verso il salone in cui erano attese.

Le ragazze, che fino ad allora erano rimaste mute, talmente intimidite da tutta la situazione da non aver neppure il coraggio di osservare con attenzione luoghi e persone, tornarono in sé solo alla vista dell’enorme buffet coperto da ogni ben di Dio che si allungava nell’altrettanto enorme salone. Gli ospiti erano già quasi tutti arrivati. La maggior parte di loro era di sesso maschile, le donne poche e schive, vestite elegantemente di scuro. Quasi tutti gli uomini scrutavano con interesse le tre ragazze, quasi tutte le signore le ignoravano con ostentazione. Loro, tra un tramezzino e un vol-au-vent, salutavano e sorridevano in giro con la benevolenza di pontefici estroversi, sussurrandosi eccitate i nomi di tutti i notabili del Partito che riconoscevano per averli visti sui social, sulle riviste on-line di gossip e nei programmi tv del pomeriggio. Alice si domandava dove fosse il Vecchio Presidente, e se si sarebbe fatto vedere. Si sapeva del resto che, avendo l’amato fondatore del Partito della Riforma ormai un’età veneranda, non usciva quasi mai dai suoi appartamenti anche se, come dicevano tutte le sere in tv, era ancora lucidissimo e aveva ancora un ruolo determinante nelle scelte politiche del Partito e della Nazione. Per questo Alice sentiva di volergli bene, quasi come a un nonno di grande saggezza, e scrutava intorno la sala nella speranza di vederlo spuntare, col sorriso sulle labbra, sulla sua sedia a rotelle, con la mano alzata e benedicente come in tutte le foto e i video delle manifestazioni di Stato a cui eccezionalmente partecipava.  Bianca e Azzurra, intanto, mangiavano a sbafo con grande gusto, riempiendosi il piatto e la bocca di qualsiasi cosa riuscissero a raggiungere, buona o cattiva che fosse. Dopo una mezz’ora tutte e tre le signore, tra un assaggio e un saluto, avevano bevuto vino e alcolici a volontà e ora, decisamente brille, parlottavano tra di loro chiedendosi come sarebbe andata a finire la serata. “Magari la busta che ci ha consegnato il taxista era solo per l’aperitivo. Magari nemmeno dobbiamo andare in camera…” blaterava con la bocca mezza piena e a voce troppo alta Bianca, mentre le altre due sorridevano imbarazzate a chi avevano intorno e cercavano di zittirla a gomitate.

Dopo un po’ videro tornare il maggiordomo in divisa, il quale discretamente le accompagnò al piano di sopra e, passando per un lunghissimo corridoio, le fece accomodare in tre stanze diverse e contigue, tutte arredate con mobili antichi e pretenziosi che le mettevano non poco in imbarazzo.

Appena la loro guida si fu ritirata, tutte e tre si affacciarono sul corridoio per commentare il letto col baldacchino, l’enorme specchio e la cassettiera del settecento, i tappeti forse persiani, i quadri con le cornici dorate che addobbavano le pareti delle camere e del corridoio.

“Oh, facciamoci un selfie dai!” disse Azzurra mettendosi in posa sorridente vicino alle altre, sotto il ritratto baffuto e acchittato di chissà chi.

Di selfie se ne fecero parecchi, prese dal furore incontrollabile di testimoniare quel loro momento di gloria, in cui potevano illudersi di condividere il potere e la ricchezza di coloro davanti ai quali, entro pochi minuti, avrebbero dovuto inchinarsi obbedienti.

Più brilla e più eccitata delle altre due, a un certo punto Bianca smise di mandare baci virtuali allo smartphone e borbottò: “Chissà come sono le altre camere…”. Prima che Alice e Azzurra potessero fermarla, si allontanò lungo il corridoio provando ad aprire le porte delle altre stanze allineate lungo il passaggio; qualcuna era chiusa a chiave, qualche altra invece si lasciava socchiudere e le consentiva di sbirciare altri letti, altre cassapanche, scrivanie, ritratti di messeri impettiti e madame velate. Mentre esplorava con lo sguardo quello che pareva un grande studio, con una parete intera coperta da una maestosa libreria piena di volumi multicolori, si sentirono i passi di qualcuno in lontananza, su per le scale. Azzurra e Alice rientrarono subito, ciascuna nella camera che le era stata assegnata dal maggiordomo; Bianca, troppo lontana dalla propria, si infilò dentro lo studio-biblioteca, nella speranza di poter poi riguadagnare la postazione di lavoro senza che la sua indiscrezione fosse scoperta. In attesa che il visitatore si collocasse nel letto delle sue compagne di avventura e che la via di fuga fosse praticabile, la ragazza fece un giro per la stanza, ancheggiando sui tacchi e toccando qua e là tutto quello che attirava la sua attenzione: soprammobili, penne, riviste, cuscini e poltrone di pelle. Infine si accorse che, in fondo alla parete sulla destra, c’era un’altra porta. Si avvicinò e provò ad aprirla, ma vide che era chiusa a chiave. Si guardò intorno, cercando qualcosa, e vide sulla scrivania una ciotola di cristallo piena di graffette: “Ecco qua! È il momento di ripassare quello che mi ha insegnato Peppino a scuola. Ce la faccio, sì…” Borbottando prelevò una graffetta, la svolse e la usò per forzare la serratura della porta misteriosa; il successo non fu immediato, ma alla fine si sentì uno scatto e la soglia si spalancò, rivelando un’altra grande stanza da letto. Il talamo era alto e vasto, coperto da un baldacchino di velluto rosso sorretto da colonne dorate. Di fronte al letto un enorme camino occupava il centro della parete. Davanti al camino, seduto su una poltrona di velluto rosso e benedicente, Bianca vide il Vecchio Presidente che le sorrideva.


Cap. 7

 

Alice era rientrata nella sua stanza e si era seduta sul letto, in attesa. Dopo qualche secondo si aprì la porta ed entrò un uomo di circa quarant’anni, vestito con un completo scuro e una camicia bianca, la cravatta allentata. Non la salutò affatto, si spogliò in fretta, la distese sul letto e fece ciò che doveva senza dire una parola, salvo sciogliersi in un verso selvaggio di soddisfazione alla fine. Alice lo guardava, cercando di ricordare se l’avesse già conosciuto da qualche parte. Se ne andò prima che potesse identificarlo. Poi ne vennero altri, quasi di continuo, e con tutti si ripeteva la stessa scena. Qualcuno era più giovane e meno noto, qualcun altro aveva passato la sessantina e Alice l’aveva già visto in televisione o sui social, su qualche palco, in qualche manifestazione popolare o di Partito. Nessuno parlava, al massimo si limitavano a un breve saluto all’ingresso, meno frequentemente all’uscita, dopo l’accoppiamento. Durò per ore, e all’alba Alice era sfinita, non sapeva più se per la fatica o la noia di quello che aveva accettato di subire.

Infine, dalla finestra cominciò a entrare un poco di luce grigia, e nessuno più si presentò per un tempo sufficientemente lungo. Alice senza accorgersene passò dall’attesa al sonno.

Dormì per qualche ora e si svegliò con Azzurra seduta in fondo al letto, che le toccava i piedi e le augurava il buongiorno.

“Ehi, beata te che hai dormito! Io ho finito adesso, non mi hanno fatto chiudere occhio. Se sapevo di questa sfacchinata, col cavolo! Ma adesso ci facciamo dare altri soldi, eh? Mica possono cavarsela con quei quattro spicci che ci hanno messo nella busta!”

Alice, mentre Azzurra parlava, si svegliò, realizzò dov’era, sbadigliò e si mise a sedere lentamente, infastidita da tutte quelle chiacchiere.

“Sai che è venuta anche una donna? Una di quelle che faceva finta di non vederci, nel salone… Ma comunque niente di che, gente abbastanza per bene, noiosa, eh? Non ci hanno mai chiesto neppure di farlo in tre, eh?”

Alice continuava a sbadigliare e non rispondeva.

“Ma secondo te a chi lo chiediamo, l’extra? Al maggiordomo?”

In quel momento si spalancò la porta ed entrò trafelata Bianca, ancora mezza svestita, con la gonna e il maglioncino rosso in una mano. Richiuse e si avvicinò al letto, facendo segno con la mano libera di non far rumore, di non parlare a voce alta. Alice e Azzurra la guardavano stupite, in attesa di capire quale assurda novità la collega avesse da riferire.

“Lo so che non ci crederete…” esordì bisbigliando affannosa Bianca “Sono stata col Vecchio Presidente.”

Le altre due ragazze spalancarono occhi e bocca, incredule. Alice si riprese per prima e chiese: “Ma come?”

“Racconta, su!” insistette Azzurra.

“Mi ero messa a sbirciare nelle stanze lungo il corridoio e quando ho sentito arrivare qualcuno mi sono infilata in una grandissima biblioteca, per non farmi vedere. Da lì ho scassinato una porta…”

“Hai cosa?” sussurrò Alice allibita.

“…e sono entrata in una stanza da letto grandissima, con un camino enorme.”

“Dai, arriva al dunque!” la incitò Azzurra, che non si conteneva più.

“Davanti al camino, in poltrona, c’era il Vecchio Presidente. Vestito come nelle foto. Con la mano alzata mi salutava e mi sorrideva, come nelle foto…” Bianca sembrò impantanarsi in questa improbabile descrizione dell’uomo più potente della Nazione Riformata: con gli occhi vuoti, non riusciva a mandare avanti il racconto delle sue memorabili imprese.

Alice e Azzurra si guardarono, perplesse e impazienti.

“E allora? Che è successo?”

“Su, che diamine, non farci impazzire! Racconta!”

“E niente. Ho pensato che era una cosa ora o mai più. Che avevo svoltato, no? Se mi facevo il vecchietto…”

“O-ddi-oh!” rantolò Alice, stringendosi le guance tra le mani.

“O-ddi-oh!” ripetè Azzurra.

“E insomma. Mi sono spogliata e ho fatto. Il Vecchio Presidente era ben messo, comunque. Ho fatto io, lui fermo. Di qui, di lì…”

“O-ddi-oh…” fece Alice.

“Cosa gli hai fatto?” chiese Azzurra.

Bianca cominciò a muovere mani e corpo simulando in modo inequivocabile varie tipologie di amplessi, ma quando la parola stava per seguire gli atti Alice la fermò, disgustata: “Va bene, basta, abbiamo capito.”

“E poi?” chiese Azzurra.

Bianca sembrava sempre più imbarazzata, faticava a rispondere. “Non so, io… Io facevo, e lui niente. E sai che io sono brava a…” ricominciò, aiutandosi di nuovo coi gesti.

“Ebbasta, dai, per la miseria! Che schifo!” la interruppe di nuovo Alice.

Azzurra la guardò con malvagia ironia: “Già, perché tu stanotte coi tuoi quindici ospiti hai parlato di architettura, no? Non essere ridicola.” Alice incassò, e in cuor suo uccise la collega con dolore.

Bianca, che pareva impermeabile a qualsiasi cosa non fosse la sua avventura notturna, probabilmente sotto choc, riprese a raccontare con gli occhi spiritati: “Io facevo, e lui niente. Non riuscivo a farlo finire, in nessun modo. A un certo punto ero proprio stanca, non ne potevo più. Mi sono staccata e mi sono seduta sul letto, di fronte al Presidente sulla poltrona. E lui mi guardava e sorrideva, e mi salutava con la mano. Come nelle foto e nei video. Come prima di…”

“O-ddi-oh-h!” ansimò Alice.

Azzurra invece guardava Bianca e aspettava il seguito, con un’espressione stolida.

“Ti ha visto qualcuno?” sussurrò infine Alice, pallida.

“No, non penso. Poi l’ho rivestito, ho raccolto la mia roba e sono andata nella mia stanza. Hanno cominciato a venire clienti, venivano e andavano senza parlare. Poi non è arrivato più nessuno, e sono scappata qui.”

“Ma il Presidente?” chiese Azzurra, che ancora non aveva capito.

Alice le diede un calcio e sussurrò, rabbiosa: “È morto, cretina!”

“Dio no! L’ha ucciso Bianca!”

Partì un’altra pedata, meritatissima: “Era già morto, imbecille!”

Dopo qualche minuto di silenzio smarrito, Azzurra sembrò svegliarsi e biascicò: “Ma allora lo tengono lì…fanno finta…anche alla festa del Partito, il mese scorso… e il video alla televisione…”

“Già, e dev’essere un bel manufatto se questa scema se l’è scopato senza accorgersi di niente!” Azzurra guardò disgustata Bianca, che guardava per terra, annientata per la prima volta in vita sua dalla vergogna. “Con la luce giusta, alla giusta distanza…nelle foto e nelle riprese viene benone. Il popolo è contento e non si agita. Niente elezioni e niente seccature per il Giovane Presidente, che può fare quello che vuole in nome e per conto della salma…”

“Ma quindi…” balbettò Azzurra.

“Ma quindi adesso dobbiamo scappare di qui come fulmini, prima che qualcuno si accorga che una puttana deficiente è andata in giro per il Palazzo a fare sesso con la carcassa imbalsamata del Vecchio Presidente! Svelte, prendete tutto e andiamocene. Se qualcuno capisce quello che abbiamo scoperto ci fanno fuori: è chiaro? Oggi, non domani. Chiaro?”

Bianca e Azzurra stavano ferme e mute, basite e terrificate.

“Chiaro?” ripeté Alice, scuotendole. Fecero segno di sì.

“E che non vi venga in mente di raccontarlo a nessuno! Né alla mamma, né all’amichetta del cuore, mi spiego? Se no…” Alice si passò il pollice sulla gola, terrorizzando ancora di più le altre due candidate alla ghigliottina.

Senza più parlare, in fretta, le tre si rivestirono. Infilando vestiti e golfini si videro addosso delle strane macchie bluastre, sulle braccia, sulle gambe e sulla schiena. Le presero per lividi, lasciti non infrequenti della loro attività professionale. Misero scarpe e rossetto, risistemarono i capelli, per non dare nell’occhio, presero le borse e uscirono dalla stanza.

“E in taxi nemmeno una parola.” aggiunse minacciosa Alice. Le altre due fecero ancora di sì con la testa. Poi tutte e tre insieme si avviarono, ancheggiando e tremando sui tacchi, lungo il corridoio. Bianca un poco sbilenca, per via della notte di sesso (per lo più contro natura) con tredici uomini e un cadavere valoroso.


Cap. 8

 

L’onorevole Mattia De Carlo, braccio destro del Presidente Giovane e Ministro della Famiglia Tradizionale nel Governo della Riforma, nonché aitante quarantacinquenne, si stava mettendo la cravatta, il giovedì sera, e sorrideva compiaciuto al pensiero di quello che si sarebbe concesso con la sua amante, la dolcissima Rosita Verdone dai lunghi capelli ramati e dal seno generoso. Certi particolari lo facevano impazzire di desiderio, anche se non era passata nemmeno una settimana dall’ultimo incontro. Mentre faceva il nodo, però, notò un alone bluastro alla base del collo, sulla destra, coperto a malapena dal colletto. Dovette slacciare quattro bottoni, poi cinque, poi dovette slacciarli tutti, e sfilarsi la camicia per ispezionare l’area, scoprendo di essere blu anche sulla spalla e per buona parte del braccio, fin sotto il gomito. Ebbe uno scatto di rabbia: sarebbe stato impossibile nascondere quei segni imbarazzanti a Rosita, e molto difficile trovare una giustificazione plausibile. De Carlo sapeva benissimo che quei lividi immondi se li era procurati durante gli amplessi a pagamento della notte precedente, a Palazzo. Quella puttana era stata davvero volenterosa, bisogna dirlo, ci aveva messo l’anima in quel lavoretto, oltre alle consuete parti anatomiche, peraltro notevoli pure quelle. Ma adesso, dannazione, quei lividi mostruosi come li raccontava, a Rosita? Che era bella e generosa, per carità, anche considerando la sua posizione tanto delicata, ma quando attaccava con la gelosia era ingestibile. Insopportabile. Forse era meglio rimandare l’incontro, probabilmente in una settimana sarebbe tornato pulito. Ma poi avrebbe dovuto giustificare una settimana di assenza, e sarebbe stato anche peggio.

De Carlo si rimise infine camicia e cravatta e decise che se la sarebbe cavata bene con un’abbondante dose di stupefacenti da condividere prima dell’amplesso; probabilmente, fatta della roba giusta, la bella Rosita non gli avrebbe dato neppure il tempo di levarsela, la camicia.

 

Il venerdì pomeriggio Rosita Verdone, attrice acclamata dal pubblico e moglie invidiatissima del Giovane Presidente, prima di girare l’ultima scena della settimana stava sistemandosi trucco e parrucco in camerino, sotto le abili mani di Marika, sua make up artist di fiducia, quando vide affiorare, da sotto il cerone, una orribile macchia blu che le copriva mezza faccia, sfigurandola.

“Neh, ma che vi siete fatta qui?” chiese Marika un poco preoccupata. Si sa come sono gli uomini, ma non poteva credere che pure il Presidente si permettesse di battere a quel modo la povera signora Rosita. Siccome non arrivava risposta, la truccatrice pensò bene di non ficcare troppo il naso negli affari di chi già governava e riformava la Nazione, e se aveva qualche problema coniugale, un poco di nervosismo, si poteva pure capire. E la Presidentessa era sì una brava donna, ma così bella, così famosa, sempre davanti alle telecamere… Insomma, se uno era innamorato tanto sereno non poteva stare. “Non vi preoccupate, signora Rosita, che adesso ci penso io. Una bella passata del mio correttore magico, fondotinta coprente, cipria, e non si vede più niente. Non vi preoccupate, vi dico.”

Mentre Marika trafficava per renderla presentabile, la moglie del Presidente si sforzava di ricordare dove e con chi si fosse fatta quel po’ po’ di decorazione. La mattina aveva intravisto qualcosa, ma le pareva solo un’ombra intorno all’occhio, normali segni degli stravizi della sera precedente. Ma quella specie di maschera era altra cosa. Cosa le aveva fatto quello stronzo di De Carlo dopo averla stroncata con cocktail e pasticche? Si trattenne a stento dal mandargli subito un messaggio di insulti. Ma non era il caso, sotto gli occhi pettegoli di Marika. E poi, onestamente, come poteva giurare di non essersi fatta male da sola, andando a sbattere contro un muro o contro la porta? Fatta era fatta a puntino, e cosa avessero combinato esattamente lei e Mattia De Carlo in camera da letto la sera prima, proprio non se lo ricordava.

 

La domenica mattina, malgrado la pioggia insistente e un vento spaventoso, piazza Duomo era piena di gente per il comizio della Festa dell’Ordine e della Primavera Nazionale. Ogni azienda, ogni ministero, ogni organizzazione culturale sponsorizzata dal Partito aveva messo a disposizione pullman, bandiere e buoni pasto per i propri dipendenti, invogliati alla gita anche da eventuali future promozioni e incentivi in busta paga.

Sul palco si avvicendarono cinque esponenti del Governo, tra cui Mattia De Carlo, che doveva esaltare, come di consueto, i risultati della Campagna per la Riscossa Demografica della Nazione e per la Criminalizzazione degli anticoncezionali, da lui stesso ideata cinque anni prima. La macchia blu gli si era allargata su tutto il collo e parte della mascella, e aveva conquistato come un liquame maligno anche la mano destra, quella con cui reggeva il microfono. La gente più vicina al Ministro della Famiglia Tradizionale e alla tribuna fece caso a quell’ombra e si domandò cosa fosse, ma non chiese. Tanto più che anche i due oratori che seguirono De Carlo mostravano sulla fronte e sulle guance delle chiazze del medesimo colore. Nessuno si permise di farlo notare ai propri vicini, che peraltro sembravano tutti completamente indifferenti alla questione.

Infine, salì sul palco il Presidente Giovane, tra gli applausi e le urla osannanti della folla. Le previsioni meteo erano terribili, perciò bisognava sbrigarsi col discorso, andare subito al sodo. Il Presidente si giocò senza preamboli il repertorio più gradito ai sudditi-cittadini: ricordò quante imbarcazioni di clandestini invasori erano state bombardate e affondate col loro carico di negri urlanti e bambini portatori di malattie potenzialmente mortali per i nostri figli, vicino alle sacre coste Italiane, negli ultimi mesi. Tra le esternazioni collettive esultanti della piazza, il Presidente dichiarò il numero presunto di zecche lamentose e di sanguisughe infedeli che la flotta della Nazione Riformata aveva intercettato e valorosamente eliminato, per la gioia dei pesci e degli Italiani, che ora potevano vivere sereni e protetti, senza dover vedere i brutti musi neri che per decenni avevano infestato le nostre strade e inquinato la nostra cultura e il nostro sangue. Ora, con la Riforma, in Italia si entrava solo con la Procedura Legale di Rinuncia: lo straniero, se voleva lavorare nelle Attività Sotterranee di Seconda Scelta (comunemente indicate come SS, con un’ironia non certo sottile, ma gradita ai sudditi-cittadini che infatti sotto il palco andavano sussurrandosi la sigla, e ridacchiavano) ed essere sostentato, doveva fare domanda, giungere in Italia con i mezzi autorizzati e, all’arrivo, consegnarsi allo Stato e accettare di non avere alcun diritto umano e civile, salvo il diritto al cibo e alla sopravvivenza di base, purché i responsabili della Procedura certificassero nel tempo la sua ordinata sottomissione e una adeguata produttività nelle attività a cui era stato destinato col permesso di ingresso e soggiorno. Il Presidente ricordò che in questo modo l’Italia provvedeva generosamente al soccorso di quanti fuggivano da guerre e carestie, ma controllava il numero dei rifugiati e li destinava a funzioni utili e produttive, impedendo loro di mescolarsi con gli Italiani bianchi e di turbarne la civile e pacifica convivenza. Un sistema di grande successo, che molti altri paesi in Europa e nel resto del mondo avevano imitato.

Le condizioni meteo stavano peggiorando rapidamente e il vento diventava sempre più furioso. Il Presidente decise di chiudere in fretta e di rifugiarsi al più presto negli uffici del Partito, consentendo anche alla folla sempre più nervosa e a disagio di mettersi al riparo da qualche parte, prima che la situazione diventasse pericolosa e ci scappassero morti e feriti, e le solite seccature coi rompicoglioni dei social, che ancora non avevano imparato a tacere come si deve e a non fare video inopportuni. Il Giovane Leader, quindi, si congedò gridando lo slogan del Partito Riformatore: “Gli Italiani sono bianchi!” e sollevando, per salutare la folla plaudente malgrado la pioggia, il palmo decisamente blu della mano destra.

“Il Leader non è bianco.” disse una bambina di cinque o sei anni che aveva assistito al comizio sulle spalle del padre, infagottata in un impermeabile di plastica rosa con le ranocchie. Il padre, imbarazzato, la fece scendere e si guardò intorno, sperando che i vicini non avessero sentito. “Ma che dici?” le sussurrò irritato, prendendola per mano e trascinandola via tra la gente che si muoveva disordinata e cercava di allontanarsi dalla piazza per tornarsene a casa, o sui pullman, prima dell’Apocalisse annunciata.

“Il Leader non è bianco, ha la mano tutta blu.” ripeté la bambina, mentre vento e pioggia le sferzavano dolorosamente la faccia.


Cap. 9

 

Il lunedì successivo, Lanfredi entrò in quarta D assai angosciato: i suoi alunni aspiranti sovversivi avevano passato gli ultimi giorni della settimana precedente a parlottare e cospirare, senza neppure cercare di nascondersi agli sguardi già sospettosi dei compagni. Lanfredi vedeva occhiate lunghe e poco benevole sollevarsi dietro gli smartphone durante le lezioni e negli intervalli, per posarsi avide e maligne su Parisi, Gentili, Sanna, Franzosi e Marconi che discutevano e si infiammavano per chissà cosa. Per di più, aveva cominciato a introdursi in classe e nelle segrete conversazioni, sempre più spesso, anche la ragazza di Gentili, tale Madonna Versani di terza B: vestita sempre di rosa, con lunghi capelli biondi e certe gonnelline corte che gli uomini di mezza età, mentendo a se stessi, pretendevano di ignorare, non pareva tipo da appoggiare sollevazioni popolari di nessun genere e portata. Ma Lanfredi ormai aveva la certezza di non sapere nulla di quanto si celava sotto le apparenze omologate e impenetrabili di quei ragazzi, che gli crescevano sotto il naso senza dare voce mai a nessun disagio e nessuna perplessità, vestiti tutti da olimpiadi o da postribolo, consci dell’evidenza che dolore e rabbia erano fatti loro, e che nessuno li avrebbe aiutati, mai. Tanto valeva imparare a sculettare efficacemente e a sembrare stronzi davvero, meglio se con i più deboli.

All’appello del lunedì mattina risultavano assenti solo Martin e Longoni. Il primo aveva preso la dengue, avevano riferito i compagni, mentre la seconda era in ospedale con una polmonite resistente a tutti gli antibiotici conosciuti, come ormai capitava sempre più spesso; ma i medici dicevano che era giovane, e se la sarebbe cavata con le sue proprie risorse immunitarie, probabilmente. I rivoluzionari invece erano tutti presenti, con gli occhi brillanti e un sorriso vago, inedito. Neppure Parisi ascoltava più una parola della lezione. Così Lanfredi spiegò di malavoglia l’Infinito di Leopardi a corpi immoti e materia non vivente, sentendo disgusto per sé stesso, che gettava parole così belle e preziose contro un muro che neppure gliele rimbalzava indietro, ma le lasciava scivolare in terra sanguinose e deformi, irrecuperabili dopo l’urto violento.

Tuttavia, alla fine dell’ora, il professore si accorse di provare lui stesso una strana euforia, un sollievo inspiegabile: guardare quei pochi ragazzi sperare in qualcosa (sebbene il qualcosa fosse una sciagura certa) e muoversi nella realtà per dare corpo alle loro speranze era come un balsamo, un medicamento anche per le sue antiche ferite, altrettanto nascoste e negate. Erano belli, quei sei, così distratti, rapiti in un loro altrove e accaldati. Parisi, però, era più bella, distratta e accaldata di tutti gli altri. Aveva i capelli sciolti, come non li portava quasi mai, arruffati e morbidi; aveva qualcosa di accogliente e femminile, a cui per la prima volta Lanfredi si riconosceva sensibile. E subito dopo aver ammesso questa fascinazione perniciosa, gli si sottraeva. E poi tornava a guardare la ragazza, a immaginare, e si fermava di nuovo, prima di andare troppo oltre ed essere costretto a farsi ribrezzo.

Finita la lezione, Lanfredi si affrettò a uscire dall’aula, sperando che allontanarsi fosse una soluzione definitiva per quel suo nuovo scompenso emotivo. Ma poi, uscendo, dovette passare proprio davanti a Parisi, che mangiava una mela appoggiata allo stipite della porta, e non riuscì a resistere: “Come va?” le chiese senza guardarla negli occhi.

Lei sorrise luminosa e rispose, sottovoce per non farsi sentire dai compagni intorno: “Benissimo, prof! Stiamo organizzando qualcosa tra due settimane, davanti al Palazzo… Guardi già quanti follower abbiamo…” aggiunse, avvicinandosi pericolosamente a Lanfredi per fargli vedere la pagina del gruppo “Faceismo” sullo smartphone. Il professore riuscì a intuire, sotto l’immagine di copertina, un numero con parecchi zeri, o per lo meno così gli sembrò, prima di sfiorare con una consapevolezza dolorosa il corpo tiepido della sua alunna e svenire.

Riprese i sensi sotto le sberle vigorose della bidella responsabile del pronto soccorso al piano; poi vide Gentili tornare dalle macchinette con un caffè amaro e brodoso che gli imposero di bere per completare il rinvenimento, mentre intorno gli altri alunni lo fissavano curiosi ed esilarati.

“Tutto bene, ragazzi. Non vi preoccupate.” biascicò Lanfredi rialzandosi a fatica, aiutato dalla bidella. Poi si avviò barcollando in terza D, dove la collega di Matematica lo aspettava sulla porta, furiosa per il ritardo di oltre dieci minuti al cambio dell’ora, che di certo le sarebbe costato una multa e la mutilazione inesorabile dello stipendio di aprile.


Cap. 10

 

Il giovane cronista Salvo Vitali, in stage non retribuito da tre mesi presso il giornale unico “The reality”, avrebbe dovuto mandare in redazione la solita cronaca entusiasta della Festa di Primavera, l’elenco degli oratori e due righe sui loro interventi, che tanto erano sostanzialmente sempre gli stessi da sette anni. Un lavoro da principianti, e infatti era stato assegnato a lui, considerando le condizioni meteo e i potenziali pericoli di essere travolti dalla burrasca.

Salvo Vitali, da novizio, invece di concentrarsi sui discorsi dei Ministri e sull’avvenenza del Giovane Presidente, si lasciò sviare da quelle strane macchie bluastre che tutti gli oratori (e per la verità anche una parte del personale backstage) esibivano sul viso o sulle mani, e che probabilmente infestavano anche parti meno visibili e meno nobili del loro corpo. Vitali fece delle foto, le ingrandì sui particolari e stabilì che quella roba non si era mai vista addosso alla gente. Esibì le immagini delle macchie livide in giro (nascondendo l’identità dei portatori), a dottori e dermatologi, a studiosi di malattie rare, ad altri suoi contatti esperti non laureati di cose stravaganti, ma tutti dissero “Boh” e fecero ipotesi vaghe e poco convincenti sul fenomeno. Poi, da profili fake, espose le foto sui social, chiedendo un parere alla corte dei miracoli del web. Dopo un paio di giorni gli arrivò un messaggio da un profilo altrettanto fake in cui si dicevano cose interessanti, sebbene non verificabili, sulla faccenda: secondo l’anonimo informatore si trattava di una nuova malattia a trasmissione sessuale, la cui origine era ancora sconosciuta, ma che tuttavia, da fonti attendibili e in base all’esperienza di chi era stato contagiato, anziché minacciare l’organismo lo rendeva più forte e, soprattutto, amplificava in modo straordinario la capacità di dare e provare piacere. Tanto che i VIP la consideravano già il nuovo Viagra e alcuni pagavano addirittura per farsela trasmettere.

Vitali, convinto di avere uno scoop fantastico per le mani, si affrettò a riferire in redazione. Gliene dissero di tutti i colori, ritenendo la notizia pericolosa per l’immagine del Governo e del Partito. Il Direttore lo convocò nel suo ufficio e urlò contro di lui parolacce che non si sentivano al giornale da prima della Riforma, e poi lo licenziò seduta stante, intimandogli di non diffondere in nessun modo certe disgustose fandonie, altrimenti l’avrebbe denunciato all’Autorità di Controllo per la Stampa Indipendente e tanti saluti alla carriera e alla libertà personale. Il povero Vitali, offeso nelle sue giuste ambizioni, ma altrettanto giustamente terrorizzato, giurò che anche secondo lui quella era una fake news dei soliti oppositori reazionari anti-riformisti, che l’aveva in realtà segnalata al giornale solo per mettere in guardia i suoi colleghi, e che non ne avrebbe fatto parola gli pigliasse un accidente. Poi se ne uscì a testa alta, convinto di aver mantenuto integra la dignità professionale, malgrado il piccolo incidente. Che non si sarebbe mai più ripetuto.

Qualche giorno dopo, tuttavia, cominciarono a girare voci e foto, sui social, che ripescavano quelle benedette macchie blu dei politici. Inoltre, le macchie continuavano a diffondersi con una rapidità sconvolgente, e presto sarebbe stato difficile negare o giustificare banalmente la loro presenza sulla pelle della classe dirigente e dei personaggi più famosi del mondo della finanza e dello spettacolo.

Il Direttore fu contattato dal Responsabile della Comunicazione e dell’Immagine della Presidenza per discutere del problema. Quando il Direttore accennò alla voce della misteriosa malattia a trasmissione sessuale, ma senza darle troppo peso, pronto a rimangiarsi immediatamente qualsiasi cosa non piacesse ai suoi superiori, il Responsabile ne fu invece entusiasta e lo rimproverò anzi per non aver divulgato prima quell’informazione che poteva sistemare ottimamente la questione: dava una giustificazione sufficientemente vaga ma credibile al fenomeno e lo risolveva senza intaccare l’immagine degli interessati e del Governo (che insomma, sottintendere che il Giovane Presidente, i Ministri e i membri del Partito avessero una gagliarda vita sessuale era certamente cosa che ne rafforzava l’immagine di maschi alfa e quindi l’ascendente sulla folla invidiosa e sbavante dei sudditi). Fu deciso di dare immediatamente il giusto spazio alla notizia sul quotidiano, nei Telegiornali e sui social. Vitali fu richiamato e riassunto. Ovviamente, data la giovane età, senza retribuzione.

 

Il giorno che uscì la notizia del nuovo Viagra dei VIP (come la misteriosa malattia venne immediatamente rinominata dai media), arrivò alla redazione del TG1 una telefonata inquietante (registrata integralmente, data la gravità e la rilevanza penale e politica di quello che vi si andava dicendo): una voce femminile non troppo abilmente camuffata sosteneva che il Vecchio Presidente fosse ormai morto da tempo e chiedeva un compenso superlativo per rivelare maggiori particolari sulla scioccante vicenda. I redattori sospettarono fosse la solita pazza mitomane, ma relazionarono al Direttore sull’accaduto, allegando la registrazione. Il Direttore fu certo che si trattasse di una squilibrata, tuttavia si vide costretto a riferire il fatto alla Polizia, che identificò quasi immediatamente la provenienza della chiamata.

Il Commissario Savona, fingendosi un giornalista del TG, si mise in contatto con la signorina Bianca G., di professione escort, e prese accordi con lei per un celere incontro al fine di contrattare il compenso per un’intervista sul presunto decesso del Vecchio Presidente. La signorina Bianca G. si impegnò lì per lì a rilasciare un’esauriente dichiarazione, con tutti i particolari richiesti, se le avessero garantito di poter mantenere l’anonimato e se avesse trovato pienamente confacente la cifra da pattuire.


Cap. 11

 

Il sabato prima della Rivoluzione, Parisi aspettò il prof Lanfredi all’uscita, davanti al cancello, e poi lo seguì fin dietro l’angolo, alla fermata dell’autobus. Camminavano lentamente, senza parlare, in attesa che gli altri studenti si disperdessero tra automobili materne e vie collaterali, in bicicletta, in solitaria con le cuffiette ben ficcate nelle orecchie e musica discutibile sparata al massimo, o a gruppi sgangherati e ridanciani. Quando il primo autobus partì, portandosi via una piccola folla urlante e scalciante, giovanile energia compressa in uno spazio troppo ridotto, alunna e professore si avvicinarono un po’ e, nel silenzio dello stradone periferico ormai deserto, Parisi sussurrò: “Prof, è per domani alle 11 in piazza Capitale Nuova. Siamo tantissimi, nel gruppo segreto. Saremo tutti vestiti di bianco e attaccheremo il Palazzo.”

Lanfredi sentì un brivido risalirgli lungo la spina dorsale e fino alla punta dei pochi capelli grigi: “Ci sono guardie armate e polizia dappertutto. Come potete sperare?”

“Ma non se lo aspettano, prof. Contiamo sulla sorpresa. E poi altri si uniranno a noi, sono sicura. La gente è incazzata, prof, siamo tutti offesi da questo mondo di merda. Non lo dicono perché hanno paura, o perché non hanno le parole, perché credono sia impossibile, impensabile, perché non sanno cosa fare… Ma se gli diamo un esempio e gli diamo le parole, prof, ci seguono. Sono sicura.”

“Ma è pericoloso. Fermatevi, per carità. Vi ammazzeranno tutti.” implorò Lanfredi, sconvolto al pensiero dell’innocenza e della bellezza ancora potenziale di Parisi ridotte in frantumi sotto la violenza cieca dell’Esercito Riformato.

La ragazza accennò un sorriso triste: “Se moriamo, prof, moriamo per una buona causa. Meglio provarci che vivere come pecore rincoglionite e sfruttate in mezzo ad altre pecore.”

Lanfredi sentì un’infinita tenerezza invadere come un liquido tiepido e profumato luoghi prima mai frequentati della sua coscienza e poi inumidirgli gli occhi, e straripare, vergognosamente visibile, davanti alla sua allieva diciassettenne che lo guardava seria e risoluta.

“Lo sai che penso sia una pazzia, Parisi. Lo sai che penso che dovreste mandare tutto a monte. Lo sai che non voglio che corriate pericoli così gravi. Lo sai che mi sento in colpa per avervi messo in testa utopie irrealizzabili, che vi faranno solo del male.” disse Lanfredi, domandandosi se quella voce così dolce fosse la sua.

Parisi gli sorrideva e faceva sì con la testa: “Va beh, prof. Ma tanto qualcosa l’avremmo fatta anche senza di lei. E senza Marx. Che, prof, a ben vedere con questo mondo non c’entra un cazzo, ormai.”

“Verrò anch’io davanti al Palazzo, domani.”

Il sorriso di Parisi si allargò e illuminò tutta la carreggiata, dove arrancava inconsapevole una vecchia auto rossa e impolverata. “Ce l’ha una camicia bianca, prof? E calzoni bianchi.”

“Ma perché in bianco, Parisi?” chiese Lanfredi dagli abissi della sua vecchiezza.

“Sul bianco il sangue fa più scena, prof.” rispose seria la ragazza, figlia di una generazione venuta su a effetti speciali, selfie e serie tv.

“Ce l’ha una pistola, un fucile, o cose così?” chiese ancora Parisi.

Lamberti fece no con la testa: “Però vengo lo stesso.”

“Ok, poi qualcosa le troviamo, prof.” sospirò Emma Parisi, avvicinandosi all’improvviso e dandogli un bacio insperato e mortale sulla bocca.

 

Quella sera Gentili, Parisi, Marconi e Franzosi si trovarono a casa di Sanna (che era riuscito a levarsi di torno i genitori per tutto il week end) per gli ultimi preparativi e per dare le istruzioni definitive ai compagni mai conosciuti di quell’avventura pazzesca e quasi certamente fatale, dispersi chissà dove nel profondo della rete. La fidanzata di Gentili invece non c’era: alla fine non ce l’aveva fatta e aveva deciso che la rivoluzione era una bella cosa, ma non per lei. Però li stimava e li sosteneva tantissimo.

Andrea Gentili era furibondo e deluso. Inoltre si sentiva vivo ed eccitato come mai prima, quella sera, e aveva bisogno di correre, di manifestarsi, di rompere qualcosa. Dopo una fetta di pizza e qualche birra, cominciò a giocare coi capelli di Emma Parisi, e poi cominciò a baciarla sul collo.

 

Lanfredi intanto aveva passato tutto il pomeriggio a bere e a fare conti: Emma Parisi era nata il 15 giugno 2009, perciò avrebbe compiuto 18 anni tra esattamente un mese e 26 giorni, ovvero tra 56 giorni totali. Nonostante la maggiore età, tuttavia, sarebbe stata sua alunna ancora per tutto l’anno scolastico successivo, e quindi per altri nove mesi circa, pari a 273 giorni, più grosso modo un mese di Esami di Stato (ormai puramente rituali, dato che con la Scuola Riformata nessuna Commissione si sarebbe mai permessa di non promuovere chicchessia): facevano in tutto 359 giorni e 359 notti in cui sarebbe stato per lui un reato avere qualsiasi contatto carnale con la sua troppo giovane allieva, di cui, con colpevole anticipo, era perdutamente innamorato.

 

Quella notte Parisi e Gentili dormirono insieme (senza sapere bene, né chiedersi, perché) nella cameretta di Sanna, che generosamente si arrangiò sul divano insieme alla Franzosi.

Lanfredi invece andò a letto da solo, ubriaco fradicio d’amore e di whisky, e fece innumerevoli sogni scomposti, agitati e illegali.


Cap. 12

 

La domenica della Rivoluzione, la piazza era piena di gente: passanti, turisti sotto gli ombrelli che fotografavano in lontananza il Palazzo, e centinaia di straccioni diseredati che si ammucchiavano sotto il porticato dove avevano passato la notte, ai lati dei negozi polverosi di souvenir, per cercare riparo; altri, ignorando la pioggia, inseguivano i turisti con le mani tese, tirandoli per i vestiti e le giacche, implorando qualche centesimo di elemosina. Ogni tanto passava una camionetta di poliziotti, più altre guardie a piedi, munite di manganelli e di pistole. Facevano il giro della piazza e mandavano via, con le minacce o con i colpi, i mendicanti; sparavano a quelli troppo deboli o troppo lenti per scappare, lasciandone spesso qualcuno steso a terra e insanguinato. Non erano scene insolite, in tutte le Città Riformate; la gente non ci faceva caso. Scansava con fastidio gli accattoni vivi e schivava con indifferenza quelli feriti o morti. Poi, con calma, passavano quelli della Società per l’Ordine e la Pulizia a portar via i cadaveri o i feriti. I poveri che erano fuggiti via tornavano appena i poliziotti si allontanavano, e tutto ricominciava.

Parisi e gli altri arrivarono poco prima delle 11, vestiti di bianco, ma già fradici e pieni di schizzi grigiastri che si erano procurati nelle buche e nelle pozzanghere fangose della città. Lanfredi arrivò, al solito, con uno o due minuti di ritardo, come a scuola; aveva trovato un paio di pantaloni color panna di cotone che risalivano alla sua pensosa giovinezza e che pertanto erano diventati insopportabilmente stretti; li aveva indossati lo stesso, consapevole del ridicolo, e sopra aveva infilato una camicia più o meno bianca, tolti alcuni aloni marroncini sul petto, di origine imprecisata, probabilmente alimentare. Sopra si era messo una giacchetta impermeabile beige, sperando andasse bene lo stesso. Non aveva armi, ma forse una volta iniziata la rivolta i suoi alunni lo avrebbero fornito del necessario. In piazza si era fermato a qualche distanza dal gruppetto dei ragazzi, a portata di sguardo e di saluto. Parisi, ne era quasi certo, gli aveva mimato e spedito un bacio.

Intorno, però, anche a ben guardare, di gente bellicosa vestita di bianco non se ne vedeva.  Alle 11 e 10 Sanna fece un giro di ricognizione per la piazza, e scovò forse una decina di persone vestite di chiaro, tre delle quali avevano risposto senza troppo stupore al suo saluto; le altre sette avevano l’ombrello.

Alle 13 la situazione non era mutata granché. I compagni rivoluzionari faceisti non erano venuti all’appuntamento, o forse ce n’era qualcuno, ma ora si guardava più che perplesso intorno, soppesando l’abbigliamento e l’espressione dei presenti e valutando l’opportunità di tornarsene a casa al più presto. Qualcun altro probabilmente si era presentato, ma non si era vestito secondo le istruzioni, con l’idea di non attirare troppo l’attenzione finché non fossero chiari gli sviluppi della situazione, lasciandosi la possibilità di fuggire senza metterci la faccia, nel caso. Tutti, al dunque, avevano pensato: “Ma chi me lo fa fare, non può riuscire questa vaccata. Me ne vado. Tanto nessuno mi ha visto, nessuno mi conosce, nessuno sa che ero io, sul gruppo.”

La Rivoluzione fallì alle 13,30, senza neppure cominciare.

 

Sanna e gli altri organizzatori dovettero discutere tristemente su come disfarsi in sicurezza delle armi. La cosa era meno semplice di come era stato procurarsele. Venne in mente a Gentili la soluzione migliore: farle dichiarare ai genitori come mezzi di difesa personale, e amen. Non andava più di moda star lì a sottilizzare sulla provenienza di pistole e fucili, li avrebbero fatti passare per roba di seconda mano del padre di qualche compagno di scuola che ci aveva fatto fuori un sacco di ladri e mendicanti molesti, e ora aveva deciso di passare a qualcosa di più professionale. I genitori, opportunamente terrorizzati da dati recenti sulla pericolosità di schiavi neri evasi, poveri e disoccupati, e persuasi dell’inadeguatezza ormai evidente della loro vecchia scacciacani, ci sarebbero cascati come tonni. Le armi sarebbero diventate legali e almeno quella traccia della rivolta fallita sarebbe scomparsa.

Presa questa decisione, i giovani sovversivi se ne tornarono a casa senza più dirsi una parola, tutti fantasticando su varie tipologie di suicidio.

Parisi si separò dal gruppo e, appena i compagni si furono allontanati sotto la pioggia, si rifugiò dal prof Lanfredi, in lacrime e furiosa. Riversò su di lui, tra un singulto e una soffiata di naso, tutta la sua rabbia contro l’umanità vile, imbelle e pusillanime. Che si meritava tutti i mali che le venivano inflitti, soprusi e ingiustizie comprese. Che da adesso in poi si sarebbe fatta esclusivamente i fatti suoi, e sarebbe diventata uno squalo come gli altri, anzi peggio degli altri, più cattiva e più intelligente. Che, che, che. Lanfredi non riuscì a sopportare tanto dolore, né la prospettiva di una Parisi Emma imbruttita e incattivita dall’inettitudine e dalla malvagità del mondo. L’abbracciò e le fece una carezza sui capelli. Lei si abbandonò sulla sua spalla per qualche secondo, poi rialzò la testa e, per la seconda volta in due giorni, lo baciò.

Lanfredi non fece neppure in tempo a gustarsi un attimo di quella consolazione, che gli ricomparve in testa la cifra maledetta: 358. Giorni e notti. Non-ancora, gli gridava la voce stridula del suo Super-Io. O forse non-mai, sussurrava la sua coscienza di anziano omarino venuto su a libri e riflessioni filosofiche. Così si staccò da Parisi con un salto e: “No, per Dio, smettila!” le gridò con un’orribile vocetta isterica, residuato di un’adolescenza repressa riemersa per l’occasione. Parisi lo guardò un attimo, stupita e terrorizzata, poi si girò e, correndo e piangendo, si allontanò da lui irrimediabilmente.


Cap. 13

 

Il lunedì dopo la fallita Rivoluzione, all’Hotel Adrianopolis si aprivano i lavori del “VII Congresso Internazionale di Sessuologia”. I circa duecento partecipanti, maschi e femmine, si stavano sistemando nella sala convegni, accolti dalla solita hostess bruna impettita e dallo stesso steward belloccio del Congresso di Virologia Medica da poco concluso.

Mentre i congressisti prendevano posto, la hostess osservava i loro rigorosi completi grigi o blu, osservava come tendessero a muoversi tutti insieme e a strusciarsi curiosamente gli uni sugli altri a ogni occasione, mentre lo steward notava che erano molto silenziosi. “Sembrano tutti uguali, questi dottori. Peggio dei cinesi.” bisbigliò la hostess allo steward, senza smettere di sorridere e di invitare con la mano a sedersi chi entrava. Alla fine, quando furono tutti sistemati, il primo relatore, salito sul palco, salutò i presenti in una lingua sconosciuta, che tuttavia suonava curiosamente simile a quella dei virologi del Congresso precedente: ““Belad stren sustic kol.”

[N.d.T.: “Benvenuti, cari fratelli”]

“Bura, bura ka stud fop len!”

[N.d.T.: “Santo, santo il virus delle origini!”] risposero tutti i presenti, all’unisono.

Lo steward guardò desolato la hostess e sussurrò: “Oh, ma che razza di lingua parlano, pure questi?”

La ragazza alzò le spalle e lasciò cadere la questione: in fondo, a lei cosa gliene importava? Purché pagassero.

Lo steward si ravviò i capelli, scoprendo sulle mani e sulle tempie delle vaste macchie bluastre, che si estendevano sul cuoio capelluto e, probabilmente, in altre aree del corpo coperte dai vestiti.  Poi si sistemò discretamente la camicia e se ne stette in silenzio a trastullarsi con vaghi e poetici ricordi di giacche grigie, dottoresse e bagni femminili. 

Frattanto il relatore procedeva col suo discorso: “Sustic kol, politsi fantusiuniun ke muleskol lit junjun fop len le teret dusil polit ke vert ki yuikit. Fop sessel junjubn kol dertit ke mule ski kumpfit hui tinit gunus ava ski dusil mavas teret Junjuinet terektos mavas polit dertit misul kol fop len. Kas was sessel dertitsi, tas ki was tinit mules fop len, fantutses tinit misul kolokti, ne itusk kolos polit itusk, denehas ki mulesit kolotki, has halaes misul kol fop len. Ki misul kol te misul kol, dusil halas misul kol, halan polit teret ko neres mules karabat. Mulesin, nemavasin, kolosin, bimbim dertit fop sessel ki was misul kol vert politses junjuin teret Junjuinet. Dusil polit.”

[N.d.T. “Cari fratelli, siamo qui insieme a festeggiare la diffusione del sacro virus, che anche in queste terre è ormai ampia e promettente. Le devote infusioni, che tutti voi avete praticato con purezza e grandiosa dedizione, hanno già dato buonissimi frutti e in breve anche in questa sciagurata zona dell’Universo la sostituzione della popolazione originaria con i figli del sacro virus sarà compiuta. Quando gli individui a cui è stata praticata l’infusione, da voi o da loro consimili che già condividono e accolgono il virus santissimo, si uniranno per riprodursi, le loro unioni saranno fertili e gioiose. La nuova generazione sarà del tutto compatibile ed equivalente, per genetica e capacità di pratiche devozionali, a noi eletti germogli del virus benedetto. E i figli dei figli, come i nostri figli, potranno vivere in terra o danzare silenziosi nelle acque. Felici, pacifici e dediti alla fratellanza, praticheranno in eterno le lietissime devozioni, e la loro (e nostra) discendenza si propagherà per infiniti cicli in ogni terra e negli oceani dell’Universo. Amen.”]

Appena il relatore ebbe finito il suo discorso, gli ascoltatori sembrarono impazziti:

“Bura, bura ka stud fop len!” [n.d.t.: “Santo, santo il virus delle origini!”] urlavano tutti, e intanto si lasciavano andare a una sorta di danza collettiva in cui tutti si strusciavano in modo lascivo su tutti gli altri, formando come un gomitolo verminoso da cui di tanto in tanto si levavano strani versi e ululati, che sembravano esaltare ancora di più la collettività e aumentare sia le devote esclamazioni, sia i movimenti e i sussulti dei corpi.

La hostess e lo steward, dall’ingresso, guardavano allibiti quello che accadeva nella sala. In breve all’imbarazzo iniziale si unì una strana forma di eccitazione che, per osmosi, stava contagiando anche loro. A un certo punto il relatore scese dal palco e corse verso i due giovani, invitandoli in inglese a uscire subito dall’aula e ad allontanarsi. Visto che opponevano resistenza e cercavano di spiegare che il loro contratto prevedeva che restassero lì, ad accogliere i nuovi relatori e a presidiare la sala fino alla fine del Congresso, il sessuologo li spinse vigorosamente fuori dalla porta e poi lungo il corridoio dicendo, in un Italiano stentato: “Congresso già finito. Ora medici fanno festa.”

Quando il dottore se ne fu tornato, frettolosamente, dentro l’aula a festeggiare coi suoi, lo steward e la hostess si guardarono perplessi, felici di quella imprevista riduzione dell’orario di lavoro, ma incerti sul da farsi. Poi lo steward si decise: prese la hostess per mano e la guidò lungo il corridoio, verso i bagni femminili. Lei non oppose alcuna resistenza.


Cap. 14

 

Il lunedì dopo la Rivoluzione mancata, Lanfredi entrò in classe col cuore in gola e gli occhi sommersi dalle palpebre oscure, dopo aver passato tutta la notte sveglio a domandarsi come sarebbe andata a finire quella faccenda, e se l’azione sovversiva, sebbene stroncata sul nascere dall’insipienza umana, avrebbe avuto conseguenze sulla vita e sulla fedina penale degli organizzatori e dei coinvolti. Soprattutto sulla vita e sulla fedina penale sua e di Parisi. La Polizia della Riforma era attenta e presente ovunque, difficile credere che la progettata rivolta non avesse lasciato tracce, suscitato sospetti e denunce, sul web o nella vita materiale.

Appena aprì la porta della quarta D, cinque posti vuoti gli esplosero davanti, negli occhi e da lì direttamente nell’anima, organo che Lanfredi scopriva solo allora di possedere per il male che gli faceva.

Gli alunni presenti, per la prima volta da quando Lanfredi era il loro professore, al suo ingresso alzarono gli occhi dai loro dispositivi e lo fissarono, muti e giudicanti, avanzare incerto fino alla cattedra, accasciarsi sulla sedia, portarsi le mani sulla faccia e scoppiare a piangere.

Nessuno parlò, nessuno lo consolò. Era evidente che tutti sapevano che lui era il colpevole, che lui aveva portato alla rovina cinque giovani studenti, i più intelligenti e coraggiosi della classe, e ora piangeva vergognose lacrime di coccodrillo che potevano solo peggiorare la situazione.

Tutti sapevano qual era il destino dei cinque sovversivi, anche se nessuno poteva parlarne: le ragazze sarebbero state arruolate nelle Unità Rieducative per il Ripopolamento, dove avrebbero subito continue inseminazioni e gravidanze allo scopo di contrastare il drammatico crollo demografico e dare figli (bianchi) alla Patria e alle Famiglie Tradizionali fedeli al Partito. I maschi avrebbero alternato attività da produttori di gameti nelle medesime Unità e lavori forzati nelle Unità per la Rieducazione alle Attività Economicamente Utili. Sarebbero tornati tutti in circolazione solo da vecchi e sarebbero morti poveri, soli e senza dare più segni di vita intelligente.

Dopo cinque lunghissimi minuti di un lugubre silenzio in cui risuonavano solo, incongrui, i lamenti e i singhiozzi del professore, Mirko Parenti si alzò in piedi e disse: “Prof, lei è uno stronzo. Abbiamo deciso che con lei non facciamo lezione.”

Qualcuno accennò un applauso, poi tutti si rimisero a conversare con lo smartphone, lasciando Lanfredi desolatamente solo fino al suono della campanella.

Appena uscito dall’aula, alla fine dell’ora, trovò la bidella ad attenderlo fuori dalla porta, con aria truce e forse consapevole delle sue colpe: “Lanfredi, è convocato dal Manager. Urgentissimo.”

Il Manager lo attendeva furioso nel suo ufficio insieme a una delegazione di dieci mamme della quarta D, se possibile ancora più inferocite. Mancavano solo le madri dei cinque sequestrati dalla Polizia Riformata, ufficialmente chiuse in casa per la vergogna, forse sequestrate a loro volta dalla medesima Polizia (ma nessuno doveva interessarsi della loro sorte reale).

“Lanfredi, lei ha fatto politica durante le lezioni, indottrinando dei giovani innocenti e diffondendo idee sovversive, che infine hanno traviato alcuni ingenui e gravemente turbato tutti gli altri. Lei è licenziato. Esca immediatamente da questo Istituto.” disse il Manager.

“Lanfredi, lei è uno stronzo incapace. Finalmente i nostri figli si liberano di lei.” disse la madre rappresentante di classe. Le altre scoppiarono in un applauso entusiasta e liberatorio.

 

Il professore se ne tornò a casa a piedi, in uno stato stuporoso. L’unico brandello di coscienza conservata gli ricordava a tratti quello che aveva combinato nell’ultimo mese e gli riacutizzava una sofferenza già insopportabile durante le fasi di totale smarrimento di sé.

Arrivato nel suo appartamento, entrò in cucina e ripeté inconsapevolmente tutti i gesti consueti, per forza di abitudine: spostò un piatto di pasta avanzata dal frigo al microonde, si versò un bicchiere di vino, si sedette al tavolo e accese la televisione.

Al telegiornale appena iniziato una graziosa signorina sorridente e poco vestita dava le previsioni meteo: il mal tempo avrebbe subito un ulteriore peggioramento, la temperatura era di 10 gradi sopra la media stagionale, si invitavano i sudditi-cittadini a provvedere alle Procedure di Prevenzione e Protezione perché erano in arrivo nuove tempeste, il livello del mare e dei fiumi era di nuovo risalito, si temevano alluvioni e frane quasi ovunque.

Lanfredi si versò un altro bicchiere di vino ed ebbe, per un attimo solo, la lucidità di dubitare del proprio futuro: avrebbero deportato anche lui, come individuo socialmente pericoloso? O si sarebbero accontentati di lasciarlo morire di stenti? Un altro lavoro per un ex-professore sessantenne e schedato dalla Polizia non era cosa in cui aveva senso sperare.

Il TG intanto dava le solite notizie: orde di migranti invasori erano state respinte dalla flotta e dall’esercito ai confini e nei pressi delle coste italiane; i Presidenti delle Nazioni Sovrane Amiche si erano incontrati per definire politiche coerenti contro l’invasione dei migranti poveri dai paesi sottosviluppati, e contro i ribelli e i sovversivi che minavano la pace interna degli Stati; gli scienziati sequestrati dal Ministero della Nuova Medicina e deportati a lavorare h24 nella Città della Scienza Riformata per la Scoperta di Farmaci Efficaci contro il cancro, le demenze senili, i nuovi virus e i batteri resistenti avevano, come ogni settimana, fatto decisivi passi avanti nelle loro ricerche e si trovavano, come tutte le settimane, a un passo dalla scoperta che avrebbe reso tutti i sudditi-cittadini praticamente immortali.

Il microonde fischiava da un po’ il suo segnale, ma Lanfredi non lo sentiva. Si era versato ancora il terzo e poi il quarto e poi il quinto bicchiere di vino e fissava il video senza percepire nulla, se non luci intermittenti e suoni senza significato. Appoggiò un attimo la testa, che gli girava vorticosamente, sul tavolo e, chiusi gli occhi, vide Parisi Emma che gli sorrideva e si avvicinava porgendogli le labbra. Si addormentò così, in un sogno meraviglioso che per qualche ora gli avrebbe reso tollerabile la propria esistenza, l’esistenza degli altri esseri umani e quella dell’Universo.

Intanto la biondissima giornalista sul video faceva scorrere i suoi appunti e, senza smettere di sorridere, comunicava ai telespettatori della Nazione Riformata le altre notizie:

“I cadaveri di Alice Humbert, Azzurra Bruni e Bianca Geraci, tre giovani prostitute diciottenni, sono stati rinvenuti ieri sera nell’appartamento di una di loro, nella periferia est di Milano. La Polizia Riformata indaga per identificare gli ignoti assassini. Si sospetta, in base alle prime testimonianze, un delitto maturato nell’ambiente dell’illegalità e della prostituzione a cui le vittime appartenevano.”

“Ma ora cambiamo argomento. Vogliamo rassicurare i cittadini-sudditi a proposito di una voce, evidentemente infondata, che ha tuttavia suscitato molta preoccupazione: il Vecchio Presidente, che alcuni anonimi sul web davano per gravemente malato o addirittura morto, è, come potete constatare dall’immagine recentissima che stiamo mandando in onda, non solo vivo, ma in ottima salute. Forse la voce si è diffusa a causa di un colorito insolito notato sul volto del Presidente Anziano in alcune delle sue foto più recenti, che poteva sembrare pallore. In realtà, si tratta probabilmente della nuova “malattia blu” che, in un uomo di età venerabile, è sicuramente indice di ottima salute e di ancora indomabile energia.” La giornalista, per enfatizzare queste ultime affermazioni, passò dal sorriso d’ordinanza (tutto-va-bene) a quello bonariamente malizioso (ve-lo-sareste-mai-aspettato-dal-nostro-amato-Vecchio-Presidente?). Poi indossò invece la maschera della serietà e della preoccupazione e continuò: “Questi incresciosi incidenti avvengono troppo spesso a causa della pessima abitudine di alcuni utenti dei social, che si prestano a condividere e diffondere, con colpevole leggerezza, fake news pericolose e potenzialmente sovversive. Il Governo sta provvedendo a potenziare il controllo sul web e la repressione degli odiosi calunniatori, che abusano vigliaccamente della loro libertà di espressione.”

La giornalista si ravviò velocemente i capelli e si raddrizzò sulla sedia, tornando al sorriso di ordinanza e segnalando così che la ramanzina era finita: “Prima di chiudere, una notizia appena arrivata: il Movimento per la Liberalizzazione dell’Amore degli Adolescenti ha vinto un’importante battaglia di civiltà e di progresso. Grazie alla riforma per cui il MoLAA ha tanto combattuto e che il Governo ha saggiamente approvato, da oggi avere relazioni sessuali con minorenni, purché consenzienti e opportunamente remunerati, non sarà più reato. Contribuirà anzi, consentendo di sfruttare il periodo più fertile dell’apparato riproduttivo di ragazze e ragazzi, al ripopolamento e alla riscossa demografica della Patria.”

Lanfredi russò, sbuffò e girò la testa, appoggiando inconsapevole l’altra guancia sul tavolino.

 

 

-FINE-


Il romanzo resterà disponibile qui sul sito, gratuitamente e integralmente, ancora per qualche giorno.

Ringrazio chi lo ha letto e chi lo leggerà. 

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