Come sovvertire l'ordine costituito, trovare l'amore                             e vivere felici

"Come sovvertire l'ordine costituito, trovare l'amore e vivere felici" è il mio nuovo romanzo breve.

Ci troverete il mondo come potrebbe essere tra pochissimi anni se non facciamo tutti qualcosa per evitarlo: professori disadattati, gioventù depressa, aneliti amorosi e sovversivi, escort discinte, virus misteriosi, alieni, giornalisti pavidi, adunate oceaniche, vecchi e giovani Presidenti, una società di merda.

Questo romanzo ha vinto i Watty Awards 2019


Cap. 0

 

L’editor mi costringe a fare questa precisazione, prima di iniziare. Vuole che voi sappiate che lui me l’aveva detto, di cominciare col capitolo 2: “L’incipit è uno schifo, non puoi attirare il lettore nella storia con un vecchio professore trombone e comunista che si fa la barba.” Ma purtroppo il vecchio professore trombone è, indegnamente, il personaggio principale di questo romanzetto, e deve pur farsi la barba, di tanto in tanto. Perciò, adorati lettori, sopportatelo. Sono poche battute, fatevi coraggio. Poi, nel capitolo 2, c’è una donna nuda.


Cap. 1

 

Il professor Anselmo Lanfredi si faceva la barba, come tutte le mattine. Era sempre per lui un momento di desolazione, perché era costretto a guardarsi negli occhi: occhi rotondi, acquosi, reticenti e tristi, tuttavia. Era costretto a vedere nello specchio una faccia innocua e silente che stentava a credere fosse la sua, che non gli era mai piaciuta e che adesso, a sessant’anni passati e con le rughe, era un inno quotidiano alla sconfitta. Era costretto a cominciare una nuova giornata in un mondo assurdo, pieno di gente che soffriva perché non sapeva difendersi o perché le era capitato di vivere nel posto sbagliato, nel momento sbagliato; pieno di pecore sciocche e rancorose che comandavano e usurpavano lo spazio di tutti solo perché avevano poco cervello e sufficiente ferocia per non farsi domande, per non guardare oltre il proprio naso e non provare pietà.

In questo mondo Lanfredi non poteva riconoscersi. Per quanto si sforzasse, non trovava più, da anni, neppure un angolo dove rifugiare la sua cultura e le sue abitudini obsolete. La storia era ormai fuori luogo e fuori gioco, la filosofia nemmeno parlarne, la lingua ridotta a un’accozzaglia di neologismi, priva di logica, fattasi povero strumento per colpire sotto la cintura, per suscitare brividi a buon mercato e sopprimere, così spezzata, dilaniata in brandelli infantili, qualsiasi germoglio di pensiero, ogni ragionamento articolato e complesso.

E questa storia mutilata, questa filosofia incompresa e incomprensibile, perciò odiata come esercizio vuoto di pura forma, questa lingua evirata gli toccava insegnare alle nuove e sempre più esigue generazioni, quattro gatti abituati a essere idolatrati per la loro stessa miracolosa esistenza in una società di vecchi sterili. Pochi esseri che ancora potevano esibire muscoli e ormoni efficienti e solo per questo erano amati, in forme maniacali e quasi mai innocenti, e difesi da ogni difficoltà, da ogni durezza della sopravvivenza che avrebbe consentito loro di crescere. Invece restavano a lungo, fino alle prime rughe e all’appannarsi dello smalto giovanile, fuori dal mondo e dalla vita reale, galleggianti in un nulla di fatto, nulla di pensato: ingenui prima, infine stupidi. Pronti, da stupidi e da non più giovani, a dare finalmente il loro disprezzabile contributo a una società di merda. In loro restava sommersa, come in una palude dagli effluvi malsani, tutta la rabbia che vigliaccamente si rifiutavano di esprimere al tempo giusto e che si rivelava dopo, troppo tardi, nella prepotenza amorale o nella sottomissione ipocrita e biliosa, a seconda del ruolo che il caso affidava loro in quella commedia orrenda e senza copione.

Di tal genere, se non tali appunto, erano i pensieri di Lanfredi mentre si lavava, si pettinava, si infilava goffamente i pantaloni beige, ormai sformati, e la camicia azzurra troppo pesante, non troppo pulita.

Con il tablet sotto braccio e un paio di vecchi libri cartacei, malmessi e vergognosi di sé, nascosti nella borsa di cuoio, il professore uscì di casa e, dopo una breve camminata e una lunga attesa, si collocò sull’autobus che lo avrebbe consegnato, anche quella mattina, ai suoi ridicoli doveri di docente nell’Istituto di Istruzione Superiore “Steve Jobs”, a respirare suo malgrado la sgradevole vicinanza di un gruppo sparuto nel numero, ma comunque insopportabile, di adolescenti.

L’Istituto “S.Jobs” si disperdeva in un edificio ormai sovradimensionato rispetto al numero di alunni e professori che, di pessima voglia, lo frequentavano. Il prefabbricato, costruito in fretta molti anni prima, quando ancora c’erano dei giovani e le classi non bastavano mai, era decaduto in modo sommesso, con la discrezione tipica delle scuole che vedono crescere e passare generazioni e generazioni di studenti, invecchiare e morire docenti, e restano lì, apparentemente immobili e sempre uguali a sé stesse, come scogli percossi dalle onde, finché un bel giorno si rompe il riscaldamento, le finestre non chiudono più, i bagni esplodono, crollano i soffitti.

Lanfredi arrivò, come al solito, quando già era suonata la prima campanella. Lo faceva apposta, non gli piaceva perdere tempo in vuote chiacchiere coi colleghi o, peggio, con gli alunni. Entrò senza salutare nessuno. Tentò di attraversare l’atrio senza farsi notare, schivando il secchio che campeggiava proprio al centro dell’ingresso, vergognoso ma necessario, col clima umido della primavera padana, per raccogliere l’acqua piovana che filtrava regolarmente dal tetto. Era quasi arrivato sano e salvo al corridoio che portava nelle classi, quando da dietro le spalle lo assalì il temuto latrato della portineria: “Lanfredi! Lanfredi, venga qua!”. Il professore alzò gli occhi al cielo e invertì la rotta per andare ad accogliere la sua grana quotidiana: supplenza, riunione straordinaria, adempimenti burocratici dimenticati, richiamo disciplinare, convocazione dal Manager Scolastico.

“Lanfredi, la vuole il Manager. Urgente.”

“Adesso ho lezione, gli dica che vado dopo…”

“Urgente. Nel suo ufficio.” ripetè spietata la bidella, e si rimise a leggere la sua rivista di gossip.

 

Il Manager Scolastico, Prof. Manfredo Mirasole, lo accolse alzando la testa dalle carte che aveva davanti, con un lieve arretramento della sedia girevole rispetto alla scrivania, per potergli sputare in faccia il suo sguardo severo e pietoso, quello sguardo umiliante di chi ti giudica più incapace che malvagio.

“L’ha fatto di nuovo.” disse Mirasole.

Lanfredi si domandò silenziosamente a quale tra le sue tante mancanze abituali il Manager si riferisse (con urgenza) quella mattina.

“Sono venuti i genitori di quarta D in delegazione a lamentarsi. Per la terza volta dall’inizio dell’anno scolastico.” continuò Mirasole giungendo le mani e dipingendosi sul viso tutta la disapprovazione del mondo.

Lanfredi restrinse il campo: se si trattava di genitori insoddisfatti il problema era relativo al profitto (inspiegabilmente scarso) degli alunni o al carico di studio (insostenibile) o alla difficoltà degli argomenti trattati (eccessiva); oppure alla sua inopportuna tendenza a fare politica durante le lezioni, soffermandosi colpevolmente su certi periodi ed eventi storici o su certe teorie filosofiche o letterarie di cui ormai era consuetudine diffusa tacere, se non altro per evitare grane.

“Ha messo quindici insufficienze nello scritto di Italiano. Su quindici alunni.”

“Scrivono malissimo. Fanno degli errori insopportabili. Lessico da prima elementare, sintassi non pervenuta. Se vuole le faccio leggere…”

“Tutti? Tutti insufficienti? Non le viene il dubbio che sia colpa sua?”

Lanfredi abbassò lo sguardo, perché di fronte a quell’argomento sapeva di non potersi difendere. Se mettevi delle insufficienze, nella Scuola Riformata, era colpa tua: o non sapevi valutare o, peggio, non sapevi insegnare. Più insufficienze mettevi, più eri colpevole. Più eri colpevole, più il Manager era costretto a decurtarti lo stipendio, già miserrimo di suo. Di conseguenza quasi nessuno dava più voti mediocri, e tutti erano diventati bravissimi e brillanti: gli insegnanti e gli alunni. La Riforma aveva conseguito in pochi anni risultati eccezionali e misurabili: gli unici motivi per cui era ancora lecito non ammettere gli studenti alla classe successiva erano quelli “disciplinari”, ovvero un look eccessivamente stravagante e delle capacità critiche non ben dissimulate. In sostanza venivano bocciati, tutti gli anni, gli unici alunni che Lanfredi, per affinità elettiva se non per competenze accertate, avrebbe promosso.

“E poi, Lanfredi, vedo che anche quest’anno sta uscendo dal seminato. Dieci lezioni sulla rivoluzione francese: non le pare di esagerare? Di cosa parlate? Riduca, sintetizzi, non perda tempo inutilmente. Mi sono spiegato?”

Lanfredi tacque ancora e abbassò di nuovo lo sguardo, perché non si vedesse il fuoco assassino che lo consumava.

“Per questa volta non le applico nessuna penale, visto che ha già lo stipendio dimezzato. Ma si ricordi che la tengo d’occhio, Lanfredi. Adesso vada in classe.”

Lanfredi si alzò e se ne uscì dall’ufficio in tutta fretta, bofonchiando un saluto che somigliava molto a un’imprecazione e muovendosi a scatti per sfogare la rabbia malamente trattenuta.

“Quest’anno faccio Darwin in prima D. E Marx in quarta.” pensò non appena imboccato il corridoio. A sua insaputa, un largo sorriso folle gli fiorì sulle labbra.


Cap. 2

 

Alice H. si rotolava sul letto, mezza nuda, facendo smorfie patetiche e scompigliandosi ad arte i capelli sul cuscino: intanto spostava con perizia lo smartphone alla ricerca dell’inquadratura perfetta per il selfie arrapante-finto-assonnato del buongiorno.
Un post ben riuscito il lunedì mattina portava clienti per tutta la settimana: una seccatura purtroppo necessaria. Mentre scattava, il telefono cominciò a vibrare e lo schermo si riempì col faccione sorridente della sua (per così dire) collega Azzurra B. Che cazzo di foto aveva scelto per il suo stato, roba da perdere tutti i clienti. A parte quelli perversi che si scopano le ciccione.

“Ciao amore, che fai? Già sveglia?”

“Uhm, sì… Sconvolta, ma sveglia. Ma perché mi chiami a quest’ora, tesoro mio?”

“Notizie super! Pronta?”

Alice gonfiò le guance e alzò gli occhi al cielo: chissà perché questa, solo perché si erano fatte qualche decina di clienti insieme, si sentiva autorizzata a chiamarla alle 10 di mattina per raccontarle i fatti suoi. La gente non sa più distinguere tra amicizia e rapporti di lavoro. Dove sono finite le professioniste?

“Dopodomani… si va a Palazzo! Aperitivo con un sacco di gente che conta nel Partito, parlamentari, vecchietti bisognosi d’affetto…”

Alice cominciava a cogliere il senso della conversazione; si sentì immediatamente più sveglia e si tirò su a sedere: “Ué, ma complimenti! Colpaccio davvero! Ma come hai fatto? Chi ti ha presentato?” Certo non poteva essere merito della foto profilo con faccia obesa.

“Eh…” sospirò Azzurra.

“Ma che adesso mi fai la discreta? Eddai, me lo devi dire. Su.”

“No, niente, ieri sera sono stata con un tizio strano… Strano davvero, eh!”

“Come strano?” Sono tutti strani, i clienti. Piccola, questo è proprio l’abc.

“Noooo, amore, ti dico: proprio s-t-r-a-n-o. Non so come spiegare. Tutto a posto, ma aveva qualcosa. Metteva come paura. Uno sguardo…e poi era come…freddo ecco. Troppo freddo. Come scoparsi una lucertola. Non so se mi spiego.”

Tu ti sei fatta qualche sostanza, prima di scoparti la lucertola pensava Alice. Ma non disse nulla. Lasciò che Azzurra B. continuasse:

“E comunque, questo tizio strano che non so come si chiama, non me lo ha voluto dire, nemmeno un nome falso, assolutamente, insomma questo tizio strano mi ha detto che ero stata molto brava (e lui, eh, cavolo…) e che se ero libera mi organizzava una cosa a Palazzo mercoledì sera. E che se volevo potevo portare un paio di amiche.”

Alice era già in piedi, con una scarica di adrenalina che mollala: “Ma certo, amore. Io ci sono sempre quando vuoi, eh. Sono già pronta, dimmi a che ora e disdico tutti gli appuntamenti.”

“Ah, ecco, bene. Ci sarebbe solo una piccola scocciatura, prima.”

“Quale scocciatura, amore mio?” chiese Alice allarmata.

“Prima il tizio vorrebbe provarti. Un servizietto fatto bene, hai capito?”

“Il tizio, la lucertola?” Oddio.

“Ma è giusto, no? Mica può mandare delle incapaci a Corte, no? Ti pare?”

“Logico.” sospirò Alice “Ma come ci accordiamo? A che ora lo devo vedere?”

“Mi chiama lui. Mi dice dove devi andare e quando, e poi ti telefono e ti dico. Ok amore?”

“Uhm, sì.” mugolò Alice “Ma ci possiamo fidare? Cioè, chi cazzo è questo?”

“Noooo, amore, stai tranquilla! Per quello è a posto: vestito bene, pulito, bella macchina, soldi così… E anche…Non è male, per niente. Tranquilla. E comunque poi, senti, magari potremmo portare anche Bianca. Quello ha detto due-tre amiche. Così nel caso…m’hai capito?”

Bianca G. era una non tanto figa, ma faceva cose da pazzi. Se la portavano dietro per coprire quel tipo di pratiche schifose-dolorose-perverse che non avevano voglia di sbrigare personalmente.

“Eh, va beh. Portiamoci Bianca. Per sicurezza, dai. La chiamo io?”

“Sì tesoro, per favore. Spiegale la cosa della prova col tizio, però. E preparala un po’, capito?”

“Alla lucertola?”

“Eh-eh” ridacchiò imbarazzata Azzurra. Che poi, c’era poco da ridere.

 

Quella notte, alle 2,40, Bianca G. e Alice H. uscirono correndo dall’Hotel Maximo, riparandosi dalla pioggia sotto il medesimo ombrello. Poche falcate fino al taxi che le aspettava in strada. Si sedettero dietro, stando attente a toccarsi il meno possibile. Diedero i loro indirizzi al tassista e si chiusero in un silenzio impervio. Ognuna guardava fuori dal proprio finestrino: le gocce che scendevano, illuminate dalla luce giallastra dei lampioni, i fari delle automobili sull’asfalto, poche persone in cammino, coperte da ombrelli scuri, e gli occhi del cliente-lucertola. La sua pelle fredda, di un pallore mai visto, in certi punti nascosti del corpo addirittura bluastro, come un livido sbiadito. Quel modo ripetitivo e instancabile di usare il loro sesso. Senza piacere, si sarebbe detto, ma chissà. Quel terrore che le aveva prese quando invece loro avevano goduto, in un modo misteriosamente feroce, selvatico, come mai avevano goduto e come mai si sarebbero aspettate di godere con un cliente. Con un cliente come quello.

Aver ascoltato ciascuna i gemiti e le urla inequivocabili dell’altra era ciò che più le metteva adesso in imbarazzo, tornando a casa.


Se questi primi capitoli del romanzo vi hanno incuriosito, sappiate che "Come sovvertire", in attesa di diventare un libro vero (cartaceo e digitale), resterà ancora per un po' disponibile in lettura gratuita e integrale su Wattpad.

Ringrazio chi lo ha letto e chi lo leggerà. 

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