Durava sempre troppo, e troppo poco. Alle prime luci di un'alba grigia, che prometteva altra pioggia, la dottoressa F. si ritrovò per strada di nuovo sola. L'impermeabile era ancora freddo e umido, la parrucca bagnata e spettinata in modo ridicolo. Sotto, il vestito nero era strappato. F. camminava sul marciapiede pieno di buche, ondeggiando insicura sui tacchi, troppo lenta e ancora languida dopo i pericolosi piaceri della notte. E invece avrebbe voluto volare, allontanarsi da lì più in fretta possibile. Oscillando tra felicità e umiliazione, la dottoressa non riusciva a pensare a nulla. Sentiva le labbra bruciare e aveva una sete particolare, metafisica, che nessuna bevanda del mondo avrebbe potuto placare.

 

(da "La dottoressa F." in "L'amore e altre stranezze")